Assuefazione alla tragedia

Oggiono, 23 aprile 2020
di Mattia Fumagalli – studente di Biologia, circolo di Alta Brianza e Laghi

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In questi giorni ci troviamo di fronte a una tragedia terribile, una situazione straordinaria, che suscita in noi un profondo sentimento di paura e sconforto, un grande dolore. Anche se non siamo noi direttamente colpiti, anche se non sono i nostri cari a essere malati, ogni giorno ascoltiamo con apprensione il tragico bollettino, sperando di vedere oggi meno morti di ieri, sperando che tutto ciò possa presto finire. E in questa situazione, nessuno tra noi ha pensato di opporsi ai sacrifici che gli esperti ci hanno chiesto per porre fine a questa orribile sofferenza.

Ci stupiamo un po’ nel vedere le istituzioni smuovere centinaia di miliardi per l’emergenza, sono cifre inimmaginabili, ma che sentiamo necessarie per combattere questa pandemia. E ci scagliamo con furore contro quei pazzi che vorrebbero riaprire tutto, rispondendo spesso a questa gente  con una domanda retorica: quale essere umano sarebbe pronto a sacrificare delle vite, chi accetterebbe delle morti perfettamente evitabili per il puro e semplice profitto? Questa rabbia è giusta, questa indignazione nasce dal dolore della perdita, dolore che ci spinge a combatterne la causa, a fare il possibile poiché non si ripeta. Ed è una reazione del tutto naturale, istintiva, è il significato stesso del dolore: in natura, infatti, il dolore è un’arma di difesa, che spinge la nostra società, come il più semplice organismo, a reagire, per sopravvivere.

Eppure, ogni giorno, accettiamo con leggerezza tragedie ben peggiori di questa pandemia. Sì, peggiori, non ho paura a dirlo. 8 milioni di morti all’anno per mancanza di acqua potabile, 8 milioni di morti per la fame, 3 milioni di morti per malattie facilmente prevenibili, 500.000 per la malaria… Sono vite umane, come quelle che se ne vanno oggi, e le cifre sono ben più spaventose di quelle che ci colpiscono come un pugno ogni giorno. Queste morti sono in gran parte evitabili e sono il prezzo del profitto nel nostro sistema economico. Persone che muoiono senza motivo, per arricchire un gruppo sempre più ristretto di persone, morti che abbiamo il potere di fermare ma che ormai abbiamo imparato ad accettare. Anche questo è purtroppo un meccanismo naturale: è l’assuefazione, l’organismo che si arrende, smette di combattere la causa e si limita a cercare di “dimenticare” il dolore.

Oggi questa tragedia ci fa ricordare cos’è il dolore che viene dalla perdita di vite umane. Ci ricorda la rabbia che nasce nel vedere i propri fratelli mandati al macello in nome del dio denaro. Ci mostra l’immenso potere economico e politico che abbiamo a disposizione per la salvaguardia della vita del prossimo. Chiediamoci cosa ci sia di diverso, tra un morto per il covid e un morto di malaria o un morto di fame. Sforziamoci quindi di non lasciarci assuefare al dolore, mai. Perché l’emergenza coronavirus finirà, ma nel mondo non si smetterà di morire inutilmente, e a quel punto starà a noi ricordare il dolore di oggi, per fare la nostra parte nel porre fine alla carneficina.

In questi giorni ci troviamo di fronte a una tragedia terribile, una situazione straordinaria, che suscita in noi un profondo sentimento di paura e sconforto, un grande dolore. Anche se non siamo noi direttamente colpiti, anche se non sono i nostri cari a essere malati, ogni giorno ascoltiamo con apprensione il tragico bollettino, sperando di vedere oggi meno morti di ieri, sperando che tutto ciò possa presto finire. E in questa situazione, nessuno tra noi ha pensato di opporsi ai sacrifici che gli esperti ci hanno chiesto per porre fine a questa orribile sofferenza.

Ci stupiamo un po’ nel vedere le istituzioni smuovere centinaia di miliardi per l’emergenza, sono cifre inimmaginabili, ma che sentiamo necessarie per combattere questa pandemia. E ci scagliamo con furore contro quei pazzi che vorrebbero riaprire tutto, rispondendo spesso a questa gente  con una domanda retorica: quale essere umano sarebbe pronto a sacrificare delle vite, chi accetterebbe delle morti perfettamente evitabili per il puro e semplice profitto? Questa rabbia è giusta, questa indignazione nasce dal dolore della perdita, dolore che ci spinge a combatterne la causa, a fare il possibile poiché non si ripeta. Ed è una reazione del tutto naturale, istintiva, è il significato stesso del dolore: in natura, infatti, il dolore è un’arma di difesa, che spinge la nostra società, come il più semplice organismo, a reagire, per sopravvivere.

Eppure, ogni giorno, accettiamo con leggerezza tragedie ben peggiori di questa pandemia. Sì, peggiori, non ho paura a dirlo. 8 milioni di morti all’anno per mancanza di acqua potabile, 8 milioni di morti per la fame, 3 milioni di morti per malattie facilmente prevenibili, 500.000 per la malaria… Sono vite umane, come quelle che se ne vanno oggi, e le cifre sono ben più spaventose di quelle che ci colpiscono come un pugno ogni giorno. Queste morti sono in gran parte evitabili e sono il prezzo del profitto nel nostro sistema economico. Persone che muoiono senza motivo, per arricchire un gruppo sempre più ristretto di persone, morti che abbiamo il potere di fermare ma che ormai abbiamo imparato ad accettare. Anche questo è purtroppo un meccanismo naturale: è l’assuefazione, l’organismo che si arrende, smette di combattere la causa e si limita a cercare di “dimenticare” il dolore.

Oggi questa tragedia ci fa ricordare cos’è il dolore che viene dalla perdita di vite umane. Ci ricorda la rabbia che nasce nel vedere i propri fratelli mandati al macello in nome del dio denaro. Ci mostra l’immenso potere economico e politico che abbiamo a disposizione per la salvaguardia della vita del prossimo. Chiediamoci cosa ci sia di diverso, tra un morto per il covid e un morto di malaria o un morto di fame. Sforziamoci quindi di non lasciarci assuefare al dolore, mai. Perché l’emergenza coronavirus finirà, ma nel mondo non si smetterà di morire inutilmente, e a quel punto starà a noi ricordare il dolore di oggi, per fare la nostra parte nel porre fine alla carneficina.