Mi sento fortunato per il lavoro che faccio

Annone Brianza, 18 maggio 2020
di Giada Martinoia – studentessa d’Ingegneria e Segretario del Circolo di Alta Brianza e Laghi – e Martina Colli – studentessa al liceo linguistico e membro del circolo di Alta Brianza e Laghi

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Infermiere libero professionista, lavora in diversi ospedali della Brianza, impegnato come ricercatore in un progetto di ricerca sulla SLA per l’ASST di Lecco: questa è la premessa da tener presente per affrontare la telefonata fatta a Massimo, operatore sanitario che ci ha raccontato la sua esperienza durante questa emergenza sanitaria. Ecco che cosa ci ha detto.

Come è iniziato tutto?

Nel mese di febbraio abbiamo attraversato un periodo di lavoro molto intenso, con 30 pazienti al giorno e turni da 10 ore. Inizialmente il virus non aveva ricevuto la dovuta attenzione e il primo segnale allarmistico era arrivato il 22 febbraio, quando era stato emanato un decreto che specificava l’obbligo da parte di tutti gli operatori sanitari di indossare la mascherina.

Quindi tu ti sei mosso subito in questa direzione?

Assolutamente si. Grazie al corso di sicurezza sul lavoro che ho seguito l’anno scorso, ho subito saputo quale comportamento tenere e quale mascherina utilizzare al fine di salvaguardare la mia salute e quella altrui. Inoltre, durante il percorso formativo universitario è stata più volte sottolineata l’importanza di una corretta applicazione delle norme igieniche e preventive al fine di evitare contaminazioni, quindi sapevo come mi sarei dovuto comportare in una situazione come questa. 

E nelle strutture per le quali hai lavorato erano tutti consapevoli quanto te? 

Purtroppo, all’interno dei reparti per i quali ho lavorato, una parte del personale non era solita rispettare le più comuni norme igienico-sanitarie, come lavarsi frequentemente le mani. Questo ha trasformato gli operatori sanitari in potenziali vettori di agenti patogeni e di conseguenza del virus.

Poi cos’è successo? 

Beh, mentre io passavo per quello un po’ eccessivo perché ho ritenuto fondamentale attenermi fin da subito alle più minuziose norme igieniche, in una delle strutture in cui lavoravo è arrivata la notizia che un paziente infetto era stato in reparto tre settimane prima. Allora la necessità di tali norme ha iniziato a essere evidente. Nonostante la direzione sanitaria avesse assicurato che nessun paziente o membro del personale avesse riscontrato il minimo sintomo, è avvenuto un radicale cambiamento nel comportamento dei miei colleghi. 

Quindi nessun tuo collega si è ammalato?

Non subito. Considerato il periodo di latenza del virus, l’indagine interna per accertare l’assenza di sintomatologia nel personale non ha permesso di rilevare quanti fossero effettivamente gli operatori già positivi. Molti sono rimasti a casa, alcuni dottori con una certa età hanno iniziato a comportarsi di conseguenza. In quel momento il clima lavorativo ha iniziato ad appesantirsi; nessuno beveva più il caffè con i colleghi, ci tenevamo a distanza gli uni dagli altri: tutti avevano paura di tutti. 

Quindi tu non puoi sapere se sei mai stato COVID-positivo? 

Ho riflettuto con i miei colleghi sulla possibilità di essere stato in qualche modo contagiato, soprattutto considerando il fatto che lavoro in diverse strutture e che quindi rappresento un potenziale vettore del virus. Tale dubbio non avrà mai risposta, essendo i tamponi riservati a pazienti e operatori con manifestazioni sintomatiche, di cui io ero privo.

A oggi lavorate in condizioni che vi permettono di proteggervi? Avete tutti i DPI che vi servono?

Non lavorando nel reparto adibito al trattamento dei pazienti affetti da COVID, non sono a stretto contatto con pazienti infetti, perciò mi sento tutelato anche senza un livello di protezione estremamente elevato. I dispositivi igienici di cui il personale nella mia situazione ha bisogno sono sostanzialmente la mascherina, i guanti e il camice che caratterizza ogni operatore sanitario anche in condizioni normali. Ricordo che per un breve periodo, però, le mascherine scarseggiavano e invece di utilizzarne una al giorno mi è capitato di tenere la stessa per due giorni consecutivi.

Ti senti comunque tutelato all’esposizione diretta al virus?

Non posso negare che il contatto fisico sia parte del mio lavoro, ma certamente è stato più facile per me gestire la situazione e programmare gli spazi, dal momento che non lavoro in un reparto affollato, che invece mi metterebbe in condizioni di sovraesposizione al contagio. 

Come si è modificato il tuo lavoro con l’aumentare dei contagi?

Quando c’è stato il boom, non solo gli operatori ma anche i pazienti disdicevano tutti gli esami. Noi ci siamo trovati costretti a limitare la nostra attività lavorativa a esami davvero urgenti. Questo da un lato è stato positivo, in quanto ci ha permesso di lavorare con dei tempi maggiori, sufficienti a trattare gli ambienti di lavoro con le procedure necessarie a prevenire il contagio. In un certo senso, forse è proprio l’assenza di pazienti che mi ha permesso di essere sano oggi. 

Cos’è successo, invece, sul fronte della ricerca sulla SLA? 

Io e il mio collega neuropsicologo, di comune accordo con il neurologo responsabile, abbiamo deciso di sospendere il progetto di ricerca, troppo rischioso per i nostri pazienti. Ricordo con chiarezza i loro sguardi preoccupati: protrarre il nostro lavoro con loro avrebbe creato dei rischi che non potevamo assumerci. D’altra parte, risultava difficile offrire loro un’assistenza adeguata senza il diretto contatto umano, siccome io e i miei colleghi abbiamo sempre cercato di dare una continuità assistenziale a livello psicologico, oltre che fisiologico. 

Ti sei mai chiesto in questo periodo se avessi scelto il percorso giusto per te?

No, non ho mai pensato una cosa del genere, anzi. Mi sono sentito fortunato, soprattutto perché ho potuto aiutare mia nonna, che si trovava a 87 anni con 40 di febbre. Io e mia zia, anche lei infermiera, abbiamo potuto aiutarla direttamente in casa. È anche alla luce di questa esperienza che ho compreso e apprezzato la mia professione. Vado a lavoro con uno spirito positivo, tenendo sempre presente che ho intrapreso un percorso differente da molti miei compagni di corso, in quanto libero professionista. Comunque, in questo periodo non ho mai pensato “non ce la faccio”, non è nella mia indole. 

Hai mai provato senso di colpa in qualche situazione?

Non ho sensi di colpa perché so di essermi comportato al meglio delle mie possibilità. Il senso di colpa spesso nasce in mancanza di un supporto psicologico e in presenza di un burn out lavorativo, che può talora portare a gesti estremi. Per questo motivo è fondamentale che ci sia una comunità di supporto all’interno dell’ambito lavorativo. Ricordo, per esempio, che durante il tirocinio noi infermieri ci trovavamo dopo il lavoro per confrontarci e supportarci tramite dei briefing. Purtroppo, superato il tirocinio ed entrati nel mondo del lavoro, capita a volte di ritrovarsi a dover gestire la situazione in autonomia e senza un adeguato sostegno.

Ti sei mai trovato a riflettere sulla tua quotidianità in quanto infermiere in  questa emergenza sanitaria? 

Ho dovuto fare i conti con il malumore che il clima di emergenza aveva suscitato nelle persone che, come me, avevano direttamente a che fare con la situazione; ricordo una giornata in particolare in cui, pensandoci mentre andavo in ospedale, mi sono accorto che in un certo senso anche il mio lavoro costituisce per me in questo momento una sorta di gabbia, come lo è stata la casa di ciascuno, con l’aggravante che io sono a rischio contagio. 

Ci sono stati invece degli aspetti positivi? 

Vedere i colleghi e sentire anche i miei compagni di università, oggi, mi ha fatto sentire davvero bene. Inoltre, le persone in questo periodo tendono a ringraziarti sinceramente per il lavoro che fai. Prima non lo faceva nessuno, ma c’è da dire che fa davvero piacere. Sarebbe bello che questa attenzione ci fosse sempre, non solo in situazioni di emergenza. 

I tuoi familiari come la pensano a riguardo?

A casa solo mio fratello si è inizialmente preoccupato per il mio lavoro. Poi, quando la quarantena è iniziata ufficialmente per tutti, è andata meglio. Abbiamo cercato di mantenere la distanza interpersonale a casa e io, fino a oggi, sono andato regolarmente al lavoro. Non c’è stato nulla da aggiungere in famiglia, proprio perché si parla della mia professione: se segui una certa etica, sei giovane e fresco di studi, non puoi aver paura di quello che stai facendo, a maggior ragione quando c’è bisogno di te.

Infermiere libero professionista, lavora in diversi ospedali della Brianza, impegnato come ricercatore in un progetto di ricerca sulla SLA per l’ASST di Lecco: questa è la premessa da tener presente per affrontare la telefonata fatta a Massimo, operatore sanitario che ci ha raccontato la sua esperienza durante questa emergenza sanitaria. Ecco che cosa ci ha detto.

Come è iniziato tutto?

Nel mese di febbraio abbiamo attraversato un periodo di lavoro molto intenso, con 30 pazienti al giorno e turni da 10 ore. Inizialmente il virus non aveva ricevuto la dovuta attenzione e il primo segnale allarmistico era arrivato il 22 febbraio, quando era stato emanato un decreto che specificava l’obbligo da parte di tutti gli operatori sanitari di indossare la mascherina.

Quindi tu ti sei mosso subito in questa direzione?

Assolutamente si. Grazie al corso di sicurezza sul lavoro che ho seguito l’anno scorso, ho subito saputo quale comportamento tenere e quale mascherina utilizzare al fine di salvaguardare la mia salute e quella altrui. Inoltre, durante il percorso formativo universitario è stata più volte sottolineata l’importanza di una corretta applicazione delle norme igieniche e preventive al fine di evitare contaminazioni, quindi sapevo come mi sarei dovuto comportare in una situazione come questa. 

E nelle strutture per le quali hai lavorato erano tutti consapevoli quanto te? 

Purtroppo, all’interno dei reparti per i quali ho lavorato, una parte del personale non era solita rispettare le più comuni norme igienico-sanitarie, come lavarsi frequentemente le mani. Questo ha trasformato gli operatori sanitari in potenziali vettori di agenti patogeni e di conseguenza del virus.

Poi cos’è successo? 

Beh, mentre io passavo per quello un po’ eccessivo perché ho ritenuto fondamentale attenermi fin da subito alle più minuziose norme igieniche, in una delle strutture in cui lavoravo è arrivata la notizia che un paziente infetto era stato in reparto tre settimane prima. Allora la necessità di tali norme ha iniziato a essere evidente. Nonostante la direzione sanitaria avesse assicurato che nessun paziente o membro del personale avesse riscontrato il minimo sintomo, è avvenuto un radicale cambiamento nel comportamento dei miei colleghi. 

Quindi nessun tuo collega si è ammalato?

Non subito. Considerato il periodo di latenza del virus, l’indagine interna per accertare l’assenza di sintomatologia nel personale non ha permesso di rilevare quanti fossero effettivamente gli operatori già positivi. Molti sono rimasti a casa, alcuni dottori con una certa età hanno iniziato a comportarsi di conseguenza. In quel momento il clima lavorativo ha iniziato ad appesantirsi; nessuno beveva più il caffè con i colleghi, ci tenevamo a distanza gli uni dagli altri: tutti avevano paura di tutti. 

Quindi tu non puoi sapere se sei mai stato COVID-positivo? 

Ho riflettuto con i miei colleghi sulla possibilità di essere stato in qualche modo contagiato, soprattutto considerando il fatto che lavoro in diverse strutture e che quindi rappresento un potenziale vettore del virus. Tale dubbio non avrà mai risposta, essendo i tamponi riservati a pazienti e operatori con manifestazioni sintomatiche, di cui io ero privo.

A oggi lavorate in condizioni che vi permettono di proteggervi? Avete tutti i DPI che vi servono?

Non lavorando nel reparto adibito al trattamento dei pazienti affetti da COVID, non sono a stretto contatto con pazienti infetti, perciò mi sento tutelato anche senza un livello di protezione estremamente elevato. I dispositivi igienici di cui il personale nella mia situazione ha bisogno sono sostanzialmente la mascherina, i guanti e il camice che caratterizza ogni operatore sanitario anche in condizioni normali. Ricordo che per un breve periodo, però, le mascherine scarseggiavano e invece di utilizzarne una al giorno mi è capitato di tenere la stessa per due giorni consecutivi.

Ti senti comunque tutelato all’esposizione diretta al virus?

Non posso negare che il contatto fisico sia parte del mio lavoro, ma certamente è stato più facile per me gestire la situazione e programmare gli spazi, dal momento che non lavoro in un reparto affollato, che invece mi metterebbe in condizioni di sovraesposizione al contagio. 

Come si è modificato il tuo lavoro con l’aumentare dei contagi?

Quando c’è stato il boom, non solo gli operatori ma anche i pazienti disdicevano tutti gli esami. Noi ci siamo trovati costretti a limitare la nostra attività lavorativa a esami davvero urgenti. Questo da un lato è stato positivo, in quanto ci ha permesso di lavorare con dei tempi maggiori, sufficienti a trattare gli ambienti di lavoro con le procedure necessarie a prevenire il contagio. In un certo senso, forse è proprio l’assenza di pazienti che mi ha permesso di essere sano oggi. 

Cos’è successo, invece, sul fronte della ricerca sulla SLA? 

Io e il mio collega neuropsicologo, di comune accordo con il neurologo responsabile, abbiamo deciso di sospendere il progetto di ricerca, troppo rischioso per i nostri pazienti. Ricordo con chiarezza i loro sguardi preoccupati: protrarre il nostro lavoro con loro avrebbe creato dei rischi che non potevamo assumerci. D’altra parte, risultava difficile offrire loro un’assistenza adeguata senza il diretto contatto umano, siccome io e i miei colleghi abbiamo sempre cercato di dare una continuità assistenziale a livello psicologico, oltre che fisiologico. 

Ti sei mai chiesto in questo periodo se avessi scelto il percorso giusto per te?

No, non ho mai pensato una cosa del genere, anzi. Mi sono sentito fortunato, soprattutto perché ho potuto aiutare mia nonna, che si trovava a 87 anni con 40 di febbre. Io e mia zia, anche lei infermiera, abbiamo potuto aiutarla direttamente in casa. È anche alla luce di questa esperienza che ho compreso e apprezzato la mia professione. Vado a lavoro con uno spirito positivo, tenendo sempre presente che ho intrapreso un percorso differente da molti miei compagni di corso, in quanto libero professionista. Comunque, in questo periodo non ho mai pensato “non ce la faccio”, non è nella mia indole. 

Hai mai provato senso di colpa in qualche situazione?

Non ho sensi di colpa perché so di essermi comportato al meglio delle mie possibilità. Il senso di colpa spesso nasce in mancanza di un supporto psicologico e in presenza di un burn out lavorativo, che può talora portare a gesti estremi. Per questo motivo è fondamentale che ci sia una comunità di supporto all’interno dell’ambito lavorativo. Ricordo, per esempio, che durante il tirocinio noi infermieri ci trovavamo dopo il lavoro per confrontarci e supportarci tramite dei briefing. Purtroppo, superato il tirocinio ed entrati nel mondo del lavoro, capita a volte di ritrovarsi a dover gestire la situazione in autonomia e senza un adeguato sostegno.

Ti sei mai trovato a riflettere sulla tua quotidianità in quanto infermiere in  questa emergenza sanitaria? 

Ho dovuto fare i conti con il malumore che il clima di emergenza aveva suscitato nelle persone che, come me, avevano direttamente a che fare con la situazione; ricordo una giornata in particolare in cui, pensandoci mentre andavo in ospedale, mi sono accorto che in un certo senso anche il mio lavoro costituisce per me in questo momento una sorta di gabbia, come lo è stata la casa di ciascuno, con l’aggravante che io sono a rischio contagio. 

Ci sono stati invece degli aspetti positivi? 

Vedere i colleghi e sentire anche i miei compagni di università, oggi, mi ha fatto sentire davvero bene. Inoltre, le persone in questo periodo tendono a ringraziarti sinceramente per il lavoro che fai. Prima non lo faceva nessuno, ma c’è da dire che fa davvero piacere. Sarebbe bello che questa attenzione ci fosse sempre, non solo in situazioni di emergenza. 

I tuoi familiari come la pensano a riguardo?

A casa solo mio fratello si è inizialmente preoccupato per il mio lavoro. Poi, quando la quarantena è iniziata ufficialmente per tutti, è andata meglio. Abbiamo cercato di mantenere la distanza interpersonale a casa e io, fino a oggi, sono andato regolarmente al lavoro. Non c’è stato nulla da aggiungere in famiglia, proprio perché si parla della mia professione: se segui una certa etica, sei giovane e fresco di studi, non puoi aver paura di quello che stai facendo, a maggior ragione quando c’è bisogno di te.