Nessuno verrà abbandonato

Annone Brianza, 11 maggio 2020
di Giada Martinoia – studentessa d’Ingegneria e Segretario del Circolo di Alta Brianza e Laghi – e Martina Colli – studentessa al liceo linguistico e membro del circolo di Alta Brianza e Laghi

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Nell’attuale situazione emergenziale, ci è sembrato imprescindibile e doveroso raccogliere testimonianze di chi ogni giorno lavora per salvaguardare la nostra salute. Laura lavora come infermiera in un ambulatorio nel quale vengono trattate emergenze mediche. Prima del COVID, Laura faceva parte di un’equipe di infermieri e medici che effettuava quotidianamente turni straordinari. Ecco come il coronavirus ha influenzato la sua normalità.

Com’è cambiato il tuo ruolo con l’avvento di Covid 19?

La figura dell’infermiere in questo stato di emergenza viene eroicizzata e sottoposta a un costante impatto mediatico. Il fatto è che chi sceglie questa professione è sottoposto a una grande pressione psicologica e fisica, anche in assenza di un’emergenza sanitaria; di solito però solo i conviventi e i familiari se ne accorgono. 

Pensi che la tua professione sia adeguatamente retribuita?

No, soprattutto in relazione agli sforzi e ai sacrifici richiesti. Le uniche soddisfazioni salariali sono relegate a straordinari notturni o feriali e io non godo di nessuna di queste indennità pur facendo due o tre ore di straordinari quotidianamente. Di conseguenza il mio salario risulta piuttosto esiguo.

Ti sei mai chiesta ultimamente se avessi intrapreso il percorso giusto per te? 

Premesso che gli studenti di infermieristica vengono scaraventati in corsia già dal primo anno di studi, ci si rende subito conto della realtà lavorativa che sarà necessario affrontare ed è per questa ragione che in molti abbandonano il percorso di studi scelto. Vedere soffrire intere famiglie e perdere pazienti sono cose che suscitano interrogativi e riflessioni. Se, ciononostante, uno continua tutti i giorni a fare questo lavoro, è perché se la sente e si è già fatto quelle domande fondamentali per andare avanti. Personalmente ho scelto questa professione perché sono innamorata di quello che faccio, al di là della retribuzione e al di là dell’impatto emotivo a cui sono sottoposta costantemente in corsia.

Eravate coscienti dell’emergenza all’inizio?

Piccoli ospedali come il mio si sono trovati impreparati e si sono mossi tardivamente, nonostante le direttive chiare da parte dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità): ciò ha portato ad una conseguente minimizzazione del problema. Noi infermieri abbiamo cercato fin da subito di utilizzare le mascherine, andando contro le direttive dei coordinatori della clinica, i quali non volevano spaventare i pazienti creando “inutili” allarmismi. A causa di questa politica anti-DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) la mia equipe si è ridotta in seguito a un contagio che poteva essere evitato. L’unica concessione permessa fin dall’inizio è stato l’utilizzo di occhialini protettivi i quali, contro una malattia che si diffonde tramite droplets, risultano abbastanza inutili. 

Come si è evoluta la politica sui DPI una volta accertata l’emergenza?

Le più recenti linee guida sottolineano l’importanza dell’utilizzo di mascherine di tipo FFP2\FFP3 soprattutto all’interno delle realtà ospedaliere, invitando a cambiarle ogni 4 ore per garantire, insieme agli altri DPI, un’adeguata protezione; nella realtà professionale, utilizziamo mascherine di tipo chirurgico, presenti in quantità insufficienti. Ci vengono distribuite giorno per giorno insieme a un camice monouso. Gli occhiali di protezione sono personali e li riutilizziamo dopo opportuna igienizzazione. La mancanza di opportuni DPI è una grande criticità, soprattutto per una professione in cui le esposizioni sono prolungate e vengono svolte procedure come l’aerosol, che creano droplets e dunque un maggior rischio di contagio. 

Cos’è cambiato all’interno del tuo reparto?

Nonostante la massiva chiusura degli ambulatori non necessari, il nostro esercizio è rimasto aperto in quanto indifferibile. Con la riduzione dell’attività del 50% e lo spostamento di due colleghi in reparto COVID, ci siamo ritrovati in cinque a gestire l’impiego, svolgendo anche le mansioni della segreteria e limitando i contatti all’interno della struttura.

Come vi siete sentiti?

Penso di potermi permettere di parlare a nome di tutti quando sottolineo la rabbia, la frustrazione e il senso di abbandono iniziali di fronte a divieti continui e alla mancanza di direttive su come gestire la situazione al meglio, anche per evitare di mettere a rischio la nostra vita e soprattutto quella dei nostri pazienti, che sono prevalentemente anziani. Il peso più grande è indubbiamente il senso di colpa per una situazione che poteva essere in parte evitata, oltre all’infinita tristezza e ai pianti sul posto di lavoro causati dalle chiamate quotidiane dei familiari che ci annunciano di un nuovo decesso di pazienti affezionati.

Finora, qual è stata la tua peggiore giornata?

C’è stata una giornata nella quale ho ricevuto sei chiamate, tutte relative a miei pazienti. Sentivo di aver bisogno di conforto, un aiuto per somatizzare il lutto. Quello stesso giorno ho saputo che una mia cara amica infermiera, con una bimba piccola a casa, era covid-positiva. Quel giorno, inoltre, mia nonna è morta in una casa di riposo, non per questo virus, ma a causa dell’emergenza nazionale io e la mia famiglia non l’abbiamo potuta salutare.

Come vivono i tuoi familiari questa situazione?

Essendomi laureata da poco vivo ancora con i miei genitori e ciò comporta per loro grandi sacrifici. Siccome il virus è latente per 15 giorni, potrebbe accadere che  io venga in contatto con un positivo, di conseguenza anche i miei genitori si sono imposti una quarantena volontaria. Ciò comporta anche l’impossibilità, purtroppo, di visitare la mia altra nonna, che nonostante tutto gode di buona salute, anche se ovviamente soffre la solitudine di questo periodo.

Hai mai pensato di partecipare a un concorso pubblico per lavorare nei reparti COVID?

Sinceramente no. Secondo me la richiesta del concorso è partita da un presupposto, se così si può definire, sbagliato: non è stato molto lungimirante richiedere ulteriore personale infermieristico anche all’interno della Lombardia, che già stava subendo una diminuzione di personale a causa dei contagi. Infatti, anche il resto delle attività sanitarie, incluse quelle extraospedaliere e non coinvolte direttamente nella lotta al COVID, avevano bisogno a loro volta di aiuto per una corretta gestione dell’emergenza. Sarebbe stato più opportuno richiedere operatori sanitari da regioni meno coinvolte nell’emergenza e forse con una maggiore disponibilità. In questo modo, tutti avrebbero potuto lavorare al meglio dove già fornivano le proprie prestazioni. 

Cosa pensi di coloro che hanno partecipato al concorso?

Chi si è spostato ha fatto una scelta di vita importante e coraggiosa: non è banale “buttarsi” in un’emergenza simile, significa adottare diverse abitudini e regole in qualche modo più restrittive. Ciononostante, le conseguenze di questa scelta saranno che, cessata la necessità, queste persone dovranno lasciare l’impiego vinto attraverso il concorso mentre nel resto delle attività si potrebbero verificare mancanze organiche durante questa emergenza. Secondo me è giusto imparare a saper dire “faccio il mio, al massimo delle mie capacità e dove mi trovo”.

Quale forma di solidarietà, quindi, ti ha colpito maggiormente?

Sicuramente, a livello locale, la vicinanza delle persone ha scaldato il cuore di tutti noi operatori sanitari. Per esempio, una mia amica, insieme alla sua famiglia, ha voluto cucinare un dolce da condividere con il mio reparto; è stato un gesto molto emozionante nella sua semplicità! Poi sono rimasta molto stupita anche dalla solidarietà delle donazioni effettuate dagli italiani per la costruzione di nuove strutture ospedaliere.

Qual è stata finora la tua migliore giornata, o il momento in cui hai detto “ce la facciamo raga”?

Direi oggi! È finalmente partito un progetto nel quale contattiamo personalmente i pazienti per sapere come stanno e com’è la situazione a casa. Voglio che sappiano che non sono e non saranno abbandonati. Al momento nell’elenco ci sono già più di 70 nominativi e proprio oggi abbiamo chiamato i primi; erano felicissimi perché si sentivano presi in carico anche da lontano.

Nell’attuale situazione emergenziale, ci è sembrato imprescindibile e doveroso raccogliere testimonianze di chi ogni giorno lavora per salvaguardare la nostra salute. Laura lavora come infermiera in un ambulatorio nel quale vengono trattate emergenze mediche. Prima del COVID, Laura faceva parte di un’equipe di infermieri e medici che effettuava quotidianamente turni straordinari. Ecco come il coronavirus ha influenzato la sua normalità.

Com’è cambiato il tuo ruolo con l’avvento di Covid 19?

La figura dell’infermiere in questo stato di emergenza viene eroicizzata e sottoposta a un costante impatto mediatico. Il fatto è che chi sceglie questa professione è sottoposto a una grande pressione psicologica e fisica, anche in assenza di un’emergenza sanitaria; di solito però solo i conviventi e i familiari se ne accorgono. 

Pensi che la tua professione sia adeguatamente retribuita?

No, soprattutto in relazione agli sforzi e ai sacrifici richiesti. Le uniche soddisfazioni salariali sono relegate a straordinari notturni o feriali e io non godo di nessuna di queste indennità pur facendo due o tre ore di straordinari quotidianamente. Di conseguenza il mio salario risulta piuttosto esiguo.

Ti sei mai chiesta ultimamente se avessi intrapreso il percorso giusto per te? 

Premesso che gli studenti di infermieristica vengono scaraventati in corsia già dal primo anno di studi, ci si rende subito conto della realtà lavorativa che sarà necessario affrontare ed è per questa ragione che in molti abbandonano il percorso di studi scelto. Vedere soffrire intere famiglie e perdere pazienti sono cose che suscitano interrogativi e riflessioni. Se, ciononostante, uno continua tutti i giorni a fare questo lavoro, è perché se la sente e si è già fatto quelle domande fondamentali per andare avanti. Personalmente ho scelto questa professione perché sono innamorata di quello che faccio, al di là della retribuzione e al di là dell’impatto emotivo a cui sono sottoposta costantemente in corsia.

Eravate coscienti dell’emergenza all’inizio?

Piccoli ospedali come il mio si sono trovati impreparati e si sono mossi tardivamente, nonostante le direttive chiare da parte dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità): ciò ha portato ad una conseguente minimizzazione del problema. Noi infermieri abbiamo cercato fin da subito di utilizzare le mascherine, andando contro le direttive dei coordinatori della clinica, i quali non volevano spaventare i pazienti creando “inutili” allarmismi. A causa di questa politica anti-DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) la mia equipe si è ridotta in seguito a un contagio che poteva essere evitato. L’unica concessione permessa fin dall’inizio è stato l’utilizzo di occhialini protettivi i quali, contro una malattia che si diffonde tramite droplets, risultano abbastanza inutili. 

Come si è evoluta la politica sui DPI una volta accertata l’emergenza?

Le più recenti linee guida sottolineano l’importanza dell’utilizzo di mascherine di tipo FFP2\FFP3 soprattutto all’interno delle realtà ospedaliere, invitando a cambiarle ogni 4 ore per garantire, insieme agli altri DPI, un’adeguata protezione; nella realtà professionale, utilizziamo mascherine di tipo chirurgico, presenti in quantità insufficienti. Ci vengono distribuite giorno per giorno insieme a un camice monouso. Gli occhiali di protezione sono personali e li riutilizziamo dopo opportuna igienizzazione. La mancanza di opportuni DPI è una grande criticità, soprattutto per una professione in cui le esposizioni sono prolungate e vengono svolte procedure come l’aerosol, che creano droplets e dunque un maggior rischio di contagio. 

Cos’è cambiato all’interno del tuo reparto?

Nonostante la massiva chiusura degli ambulatori non necessari, il nostro esercizio è rimasto aperto in quanto indifferibile. Con la riduzione dell’attività del 50% e lo spostamento di due colleghi in reparto COVID, ci siamo ritrovati in cinque a gestire l’impiego, svolgendo anche le mansioni della segreteria e limitando i contatti all’interno della struttura.

Come vi siete sentiti?

Penso di potermi permettere di parlare a nome di tutti quando sottolineo la rabbia, la frustrazione e il senso di abbandono iniziali di fronte a divieti continui e alla mancanza di direttive su come gestire la situazione al meglio, anche per evitare di mettere a rischio la nostra vita e soprattutto quella dei nostri pazienti, che sono prevalentemente anziani. Il peso più grande è indubbiamente il senso di colpa per una situazione che poteva essere in parte evitata, oltre all’infinita tristezza e ai pianti sul posto di lavoro causati dalle chiamate quotidiane dei familiari che ci annunciano di un nuovo decesso di pazienti affezionati.

Finora, qual è stata la tua peggiore giornata?

C’è stata una giornata nella quale ho ricevuto sei chiamate, tutte relative a miei pazienti. Sentivo di aver bisogno di conforto, un aiuto per somatizzare il lutto. Quello stesso giorno ho saputo che una mia cara amica infermiera, con una bimba piccola a casa, era covid-positiva. Quel giorno, inoltre, mia nonna è morta in una casa di riposo, non per questo virus, ma a causa dell’emergenza nazionale io e la mia famiglia non l’abbiamo potuta salutare.

Come vivono i tuoi familiari questa situazione?

Essendomi laureata da poco vivo ancora con i miei genitori e ciò comporta per loro grandi sacrifici. Siccome il virus è latente per 15 giorni, potrebbe accadere che  io venga in contatto con un positivo, di conseguenza anche i miei genitori si sono imposti una quarantena volontaria. Ciò comporta anche l’impossibilità, purtroppo, di visitare la mia altra nonna, che nonostante tutto gode di buona salute, anche se ovviamente soffre la solitudine di questo periodo.

Hai mai pensato di partecipare a un concorso pubblico per lavorare nei reparti COVID?

Sinceramente no. Secondo me la richiesta del concorso è partita da un presupposto, se così si può definire, sbagliato: non è stato molto lungimirante richiedere ulteriore personale infermieristico anche all’interno della Lombardia, che già stava subendo una diminuzione di personale a causa dei contagi. Infatti, anche il resto delle attività sanitarie, incluse quelle extraospedaliere e non coinvolte direttamente nella lotta al COVID, avevano bisogno a loro volta di aiuto per una corretta gestione dell’emergenza. Sarebbe stato più opportuno richiedere operatori sanitari da regioni meno coinvolte nell’emergenza e forse con una maggiore disponibilità. In questo modo, tutti avrebbero potuto lavorare al meglio dove già fornivano le proprie prestazioni. 

Cosa pensi di coloro che hanno partecipato al concorso?

Chi si è spostato ha fatto una scelta di vita importante e coraggiosa: non è banale “buttarsi” in un’emergenza simile, significa adottare diverse abitudini e regole in qualche modo più restrittive. Ciononostante, le conseguenze di questa scelta saranno che, cessata la necessità, queste persone dovranno lasciare l’impiego vinto attraverso il concorso mentre nel resto delle attività si potrebbero verificare mancanze organiche durante questa emergenza. Secondo me è giusto imparare a saper dire “faccio il mio, al massimo delle mie capacità e dove mi trovo”.

Quale forma di solidarietà, quindi, ti ha colpito maggiormente?

Sicuramente, a livello locale, la vicinanza delle persone ha scaldato il cuore di tutti noi operatori sanitari. Per esempio, una mia amica, insieme alla sua famiglia, ha voluto cucinare un dolce da condividere con il mio reparto; è stato un gesto molto emozionante nella sua semplicità! Poi sono rimasta molto stupita anche dalla solidarietà delle donazioni effettuate dagli italiani per la costruzione di nuove strutture ospedaliere.

Qual è stata finora la tua migliore giornata, o il momento in cui hai detto “ce la facciamo raga”?

Direi oggi! È finalmente partito un progetto nel quale contattiamo personalmente i pazienti per sapere come stanno e com’è la situazione a casa. Voglio che sappiano che non sono e non saranno abbandonati. Al momento nell’elenco ci sono già più di 70 nominativi e proprio oggi abbiamo chiamato i primi; erano felicissimi perché si sentivano presi in carico anche da lontano.