Quando il telefono ha iniziato a squillare

Annone Brianza, 27 aprile 2020
di Giada Martinoia – studentessa d’Ingegneria e Segretario del Circolo di Alta Brianza e Laghi – e Martina Colli – studentessa al liceo linguistico e membro del circolo di Alta Brianza e Laghi

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Interrogandoci sulla realtà del pronto soccorso di un piccolo ospedale in provincia di Lecco, siamo riusciti a contattare Stefano, nome di fantasia di un giovane infermiere che ci ha raccontato la sua esperienza lavorativa e personale in questa drammatica emergenza. Avendo lui stesso contratto il virus, durante la nostra telefonata abbiamo parlato anche delle conseguenze della malattia. Ecco cosa ci ha detto.  

Stefano, in cosa consisteva il tuo lavoro prima del COVID-19? 

Principalmente ci occupavamo di casi con diversi gradi di urgenza provenienti dal territorio, come infarti, traumi provocati da incidenti o simili. Diciamo che nei mesi prima del COVID questa era la normalità. 

Poi qualcosa è cambiato?

Verso fine febbraio sono cominciate ad arrivare le ordinanze ministeriali tra le cui indicazioni erano previste l’applicazione della misura di quarantena con sorveglianza attiva per chiunque fosse entrato in contatto con casi confermati e l’obbligo di segnalazione al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per chiunque fosse rientrato dalle aree della Cina interessate dall’epidemia. In ogni caso, se al pronto soccorso arrivava un paziente con polmonite pensavamo ad una classica polmonite, non certo alla COVID-19. Anche quando sono state istituite le prime zone rosse, nel lodigiano e in Veneto, sebbene si facesse più insistente l’idea del virus, non si è passati immediatamente dal pensiero all’azione. Si guardava ancora ad Oriente.

Secondo te che cosa è successo in questa fase?

Quest’emergenza è stata sottovaluta, da noi come nel resto del mondo. Col senno di poi, sarebbe stato necessario mettere in atto una serie di precauzioni che purtroppo poi, quando l’emergenza è diventata realtà anche nella mia struttura, sono risultate impossibili da prendere. Di acqua sotto i ponti n’è passata nel frattempo, ma penso che in un primo momento si sia cercato di tutelare più l’opinione pubblica che i propri operatori sanitari. 

C’è qualche particolare mancanza che ti ha dato da pensare? 

In Lombardia penso sia stato un enorme errore la mancata creazione della zona rossa in Val Seriana nonostante i numeri ai primi di marzo fossero già in rapido aumento: si sarebbe potuto evitare l’innegabile collasso della bergamasca. Inoltre, secondo me stiamo pagando molto in questi giorni la bugia dei responsabili della Regione: hanno sostenuto di seguire “rigorosamente” le indicazioni ISS, che i tamponi si stiano facendo anche ai paucisintomatici, ma so per certo che questo non è assolutamente vero tant’è che persino moltissimi soggetti con sintomatologia acuta non vengono sottoposti a tampone perché non ricoverati; a queste persone viene indicato di restare a casa. 

Che cosa intendi? Conosci qualcuno in una situazione simile? 

Partiamo dall’inizio: io mi sono ammalato, quando ho avvertito la sintomatologia ero in servizio, nei giorni precedenti avevo sviluppato una leggerissima tosse che mi aveva già portato ad isolarmi in casa e a rilevare la temperatura corporea due volte al giorno ma è stato sul posto di lavoro che la febbre si è manifestata. In primo luogo, mi è  stato detto di stare tre giorni a casa, prendendo tachipirina e monitorando la situazione. Io ho insistito per essere sottoposto a esami più approfonditi e da lavoratore mi sono trasformato in paziente. Ho dovuto un po’ insistere per avere un tampone, che mi è poi stato fatto. Ovviamente, nel frattempo sono rimasto a casa in quarantena. Mia madre ha iniziato ad avere qualche sintomo (febbre, tosse, anosmia) due giorni dopo di me: ha chiamato subito il suo medico, l’ATS di Lecco l’ha richiamata nei giorni successivi ma di tampone nemmeno se n’è parlato. Mia madre al 100% ha avuto il coronavirus. 

Quindi le hanno semplicemente detto di stare a casa? 

Si, monitorata con delle chiamate. Il problema è che all’inizio di aprile, quando l’unico sintomo presente era l’anosmia (non sentiva più gli odori), l’hanno chiamata dall’ATS dicendole che poteva uscire di casa. Il punto è che io sono stato sottoposto al secondo tampone intorno all’inizio di aprile, risultando ancora positivo, mentre lei, secondo le direttive e senza alcun tampone effettuato, negli stessi giorni sarebbe potuta tranquillamente uscire di casa in qualità di sana, se non fossi stato presente io in casa a impedirglielo. 

Tornando al tuo lavoro, puoi raccontarci come si è adattato il tuo reparto? 

Con non poche difficoltà abbiamo man mano creato un reparto COVID afferente al pronto soccorso, distinto da quello per tutti gli altri pazienti. Mancavano medici, attrezzatura e computer: il reparto lo abbiamo recuperato da un’ala vuota dell’ospedale afferente al PS, prendendo il necessario per allestirlo dignitosamente. Poi, perché non ci fosse contaminazione tra i due reparti, abbiamo suddiviso il percorso usuale in due percorsi: uno per i pazienti con sintomi tipici della COVID e uno per tutti gli altri pazienti. 

Come è stata adattata la gestione dei DPI?

Chi lavorava nel reparto dedicato ai pazienti infetti si poteva bardare completamente. C’era un kit completo: mascherina, sovracamice (la tuta bianca da ghostbuster, per intenderci), copriscarpe, cuffia, occhiali e guanti. Chi lavorava nell’altro reparto riceveva solitamente una mascherina chirurgica e solamente in casi sospetti impossibili da indirizzare direttamente all’area COVID venivano dotati dei DPI adeguati. Penso che la differenza fosse paradossale: erano più tranquilli coloro che andavano a lavorare nel reparto COVID. Tutti i pazienti in entrata al pronto soccorso avrebbero potuto essere potenzialmente infetti. Con le adeguate precauzioni sarebbe stato possibile dotare di DPI tutti gli operatori sanitari, permettendogli di lavorare in tranquillità. 

Dal punto di vista emotivo, come tu e i tuoi colleghi avete affrontato l’emergenza?

Siamo passati dallo scherzarci quasi sopra, a fine gennaio, a renderci conto della realtà, quando sono arrivati i primi casi a inizio marzo. Personalmente, ho cominciato seriamente a preoccuparmi quando il telefono del 118 ha iniziato a squillare in continuazione, non per portarci tipici casi da PS, come elicotteri e ambulanze per fratture, ma per portarci sempre più spesso pazienti con difficoltà respiratorie, che nei casi peggiori richiedevano l’intubazione sul territorio prima del trasferimento in ospedale. Il punto è che alcuni di loro erano davvero troppo giovani: sto parlando di sessantenni e cinquantenni che necessitavano di supporto ventilatorio invasivo, persone dell’età dei miei genitori. 

Che cosa temevate più?

Abbiamo iniziato a pensare che ci fossero dei focolai proprio nei comuni da cui arrivavano le ambulanze. Temevamo che la situazione ci scoppiasse tra le mani, un po’ come è successo a Bergamo. Anche ora che la situazione è comunque grave nel mio ospedale, so che la rianimazione resta piena. Inoltre, ammalarsi com’è successo nel mio caso contribuisce molto ad aumentare lo stato di ansia. 

Qual è stata la tua peggiore giornata?

Uno degli ultimi giorni di lavoro, stavo facendo un turno di pomeriggio nel reparto COVID afferente al PS. In totale tutto il PS aveva visitato dodici pazienti, trasferiti nel reparto COVID dell’ospedale. Infine, abbiamo preparato il reparto per il turno successivo, che iniziava alle 21. Fino a quel punto il turno era stato positivo, ma verso le 20:30 sono arrivate d’un tratto otto ambulanze, che facevano la fila per fare accesso da noi. Posti in PS COVID ce ne erano rimasti solo due. Gli altri li abbiamo accolti nel PS ordinario. Siamo rimasti a dare aiuto ai colleghi del turno successivo per gestire questa cosa ed è stato davvero pesante perché il telefono continuava a squillare, gettandoci in faccia tutta l’impreparazione della struttura e soprattutto del sistema sanitario lombardo nella gestione dell’emergenza.

C’è stata invece una giornata positiva?

Non è che ne abbia avute molte in questo periodo, ma quando ho visto che mia madre stava meglio di me, che avevo tosse, mal di testa, febbre e dolori polmonari, è stato davvero bello. 

Quale forma di solidarietà ti ha colpito maggiormente?

La grandissima solidarietà dall’estero mi ha molto colpito. Da grande europeista, sto aspettando una reazione più forte dall’Europa, perché questa situazione può essere una buona occasione per arrivare a una vera Unione Europea. È possibile che una forte componente della popolazione sviluppi un senso europeista, con gli accordi giusti. Ho apprezzato molto il fatto che la Germania abbia aperto le porte delle sue terapie intensive e abbia accolto il trasferimento di più di 60 pazienti COVID, questo è stato un grande segno di solidarietà tra nazione e nazione.

Ultima domanda: ti sei mai chiesto se avessi scelto il percorso giusto o se non sarebbe stato meglio lavorare in un altro settore?

Col senno del poi, riflettendo sul rischio che ho fatto passare alla mia famiglia in questo periodo, penso che non sia né la prima volta né l’ultima: fa parte del lavoro dell’infermiere essere a contatto con infezioni pericolose, così come lo è la mancanza di tutele e assicurazioni. Nonostante tutto a me piace davvero quello che faccio: ho ancora voglia di rendermi utile e di tornare a lavorare.

Interrogandoci sulla realtà del pronto soccorso di un piccolo ospedale in provincia di Lecco, siamo riusciti a contattare Stefano, nome di fantasia di un giovane infermiere che ci ha raccontato la sua esperienza lavorativa e personale in questa drammatica emergenza. Avendo lui stesso contratto il virus, durante la nostra telefonata abbiamo parlato anche delle conseguenze della malattia. Ecco cosa ci ha detto.  

Stefano, in cosa consisteva il tuo lavoro prima del COVID-19? 

Principalmente ci occupavamo di casi con diversi gradi di urgenza provenienti dal territorio, come infarti, traumi provocati da incidenti o simili. Diciamo che nei mesi prima del COVID questa era la normalità. 

Poi qualcosa è cambiato?

Verso fine febbraio sono cominciate ad arrivare le ordinanze ministeriali tra le cui indicazioni erano previste l’applicazione della misura di quarantena con sorveglianza attiva per chiunque fosse entrato in contatto con casi confermati e l’obbligo di segnalazione al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per chiunque fosse rientrato dalle aree della Cina interessate dall’epidemia. In ogni caso, se al pronto soccorso arrivava un paziente con polmonite pensavamo ad una classica polmonite, non certo alla COVID-19. Anche quando sono state istituite le prime zone rosse, nel lodigiano e in Veneto, sebbene si facesse più insistente l’idea del virus, non si è passati immediatamente dal pensiero all’azione. Si guardava ancora ad Oriente.

Secondo te che cosa è successo in questa fase?

Quest’emergenza è stata sottovaluta, da noi come nel resto del mondo. Col senno di poi, sarebbe stato necessario mettere in atto una serie di precauzioni che purtroppo poi, quando l’emergenza è diventata realtà anche nella mia struttura, sono risultate impossibili da prendere. Di acqua sotto i ponti n’è passata nel frattempo, ma penso che in un primo momento si sia cercato di tutelare più l’opinione pubblica che i propri operatori sanitari. 

C’è qualche particolare mancanza che ti ha dato da pensare? 

In Lombardia penso sia stato un enorme errore la mancata creazione della zona rossa in Val Seriana nonostante i numeri ai primi di marzo fossero già in rapido aumento: si sarebbe potuto evitare l’innegabile collasso della bergamasca. Inoltre, secondo me stiamo pagando molto in questi giorni la bugia dei responsabili della Regione: hanno sostenuto di seguire “rigorosamente” le indicazioni ISS, che i tamponi si stiano facendo anche ai paucisintomatici, ma so per certo che questo non è assolutamente vero tant’è che persino moltissimi soggetti con sintomatologia acuta non vengono sottoposti a tampone perché non ricoverati; a queste persone viene indicato di restare a casa. 

Che cosa intendi? Conosci qualcuno in una situazione simile? 

Partiamo dall’inizio: io mi sono ammalato, quando ho avvertito la sintomatologia ero in servizio, nei giorni precedenti avevo sviluppato una leggerissima tosse che mi aveva già portato ad isolarmi in casa e a rilevare la temperatura corporea due volte al giorno ma è stato sul posto di lavoro che la febbre si è manifestata. In primo luogo, mi è  stato detto di stare tre giorni a casa, prendendo tachipirina e monitorando la situazione. Io ho insistito per essere sottoposto a esami più approfonditi e da lavoratore mi sono trasformato in paziente. Ho dovuto un po’ insistere per avere un tampone, che mi è poi stato fatto. Ovviamente, nel frattempo sono rimasto a casa in quarantena. Mia madre ha iniziato ad avere qualche sintomo (febbre, tosse, anosmia) due giorni dopo di me: ha chiamato subito il suo medico, l’ATS di Lecco l’ha richiamata nei giorni successivi ma di tampone nemmeno se n’è parlato. Mia madre al 100% ha avuto il coronavirus. 

Quindi le hanno semplicemente detto di stare a casa? 

Si, monitorata con delle chiamate. Il problema è che all’inizio di aprile, quando l’unico sintomo presente era l’anosmia (non sentiva più gli odori), l’hanno chiamata dall’ATS dicendole che poteva uscire di casa. Il punto è che io sono stato sottoposto al secondo tampone intorno all’inizio di aprile, risultando ancora positivo, mentre lei, secondo le direttive e senza alcun tampone effettuato, negli stessi giorni sarebbe potuta tranquillamente uscire di casa in qualità di sana, se non fossi stato presente io in casa a impedirglielo. 

Tornando al tuo lavoro, puoi raccontarci come si è adattato il tuo reparto? 

Con non poche difficoltà abbiamo man mano creato un reparto COVID afferente al pronto soccorso, distinto da quello per tutti gli altri pazienti. Mancavano medici, attrezzatura e computer: il reparto lo abbiamo recuperato da un’ala vuota dell’ospedale afferente al PS, prendendo il necessario per allestirlo dignitosamente. Poi, perché non ci fosse contaminazione tra i due reparti, abbiamo suddiviso il percorso usuale in due percorsi: uno per i pazienti con sintomi tipici della COVID e uno per tutti gli altri pazienti. 

Come è stata adattata la gestione dei DPI?

Chi lavorava nel reparto dedicato ai pazienti infetti si poteva bardare completamente. C’era un kit completo: mascherina, sovracamice (la tuta bianca da ghostbuster, per intenderci), copriscarpe, cuffia, occhiali e guanti. Chi lavorava nell’altro reparto riceveva solitamente una mascherina chirurgica e solamente in casi sospetti impossibili da indirizzare direttamente all’area COVID venivano dotati dei DPI adeguati. Penso che la differenza fosse paradossale: erano più tranquilli coloro che andavano a lavorare nel reparto COVID. Tutti i pazienti in entrata al pronto soccorso avrebbero potuto essere potenzialmente infetti. Con le adeguate precauzioni sarebbe stato possibile dotare di DPI tutti gli operatori sanitari, permettendogli di lavorare in tranquillità. 

Dal punto di vista emotivo, come tu e i tuoi colleghi avete affrontato l’emergenza?

Siamo passati dallo scherzarci quasi sopra, a fine gennaio, a renderci conto della realtà, quando sono arrivati i primi casi a inizio marzo. Personalmente, ho cominciato seriamente a preoccuparmi quando il telefono del 118 ha iniziato a squillare in continuazione, non per portarci tipici casi da PS, come elicotteri e ambulanze per fratture, ma per portarci sempre più spesso pazienti con difficoltà respiratorie, che nei casi peggiori richiedevano l’intubazione sul territorio prima del trasferimento in ospedale. Il punto è che alcuni di loro erano davvero troppo giovani: sto parlando di sessantenni e cinquantenni che necessitavano di supporto ventilatorio invasivo, persone dell’età dei miei genitori. 

Che cosa temevate più?

Abbiamo iniziato a pensare che ci fossero dei focolai proprio nei comuni da cui arrivavano le ambulanze. Temevamo che la situazione ci scoppiasse tra le mani, un po’ come è successo a Bergamo. Anche ora che la situazione è comunque grave nel mio ospedale, so che la rianimazione resta piena. Inoltre, ammalarsi com’è successo nel mio caso contribuisce molto ad aumentare lo stato di ansia. 

Qual è stata la tua peggiore giornata?

Uno degli ultimi giorni di lavoro, stavo facendo un turno di pomeriggio nel reparto COVID afferente al PS. In totale tutto il PS aveva visitato dodici pazienti, trasferiti nel reparto COVID dell’ospedale. Infine, abbiamo preparato il reparto per il turno successivo, che iniziava alle 21. Fino a quel punto il turno era stato positivo, ma verso le 20:30 sono arrivate d’un tratto otto ambulanze, che facevano la fila per fare accesso da noi. Posti in PS COVID ce ne erano rimasti solo due. Gli altri li abbiamo accolti nel PS ordinario. Siamo rimasti a dare aiuto ai colleghi del turno successivo per gestire questa cosa ed è stato davvero pesante perché il telefono continuava a squillare, gettandoci in faccia tutta l’impreparazione della struttura e soprattutto del sistema sanitario lombardo nella gestione dell’emergenza.

C’è stata invece una giornata positiva?

Non è che ne abbia avute molte in questo periodo, ma quando ho visto che mia madre stava meglio di me, che avevo tosse, mal di testa, febbre e dolori polmonari, è stato davvero bello. 

Quale forma di solidarietà ti ha colpito maggiormente?

La grandissima solidarietà dall’estero mi ha molto colpito. Da grande europeista, sto aspettando una reazione più forte dall’Europa, perché questa situazione può essere una buona occasione per arrivare a una vera Unione Europea. È possibile che una forte componente della popolazione sviluppi un senso europeista, con gli accordi giusti. Ho apprezzato molto il fatto che la Germania abbia aperto le porte delle sue terapie intensive e abbia accolto il trasferimento di più di 60 pazienti COVID, questo è stato un grande segno di solidarietà tra nazione e nazione.

Ultima domanda: ti sei mai chiesto se avessi scelto il percorso giusto o se non sarebbe stato meglio lavorare in un altro settore?

Col senno del poi, riflettendo sul rischio che ho fatto passare alla mia famiglia in questo periodo, penso che non sia né la prima volta né l’ultima: fa parte del lavoro dell’infermiere essere a contatto con infezioni pericolose, così come lo è la mancanza di tutele e assicurazioni. Nonostante tutto a me piace davvero quello che faccio: ho ancora voglia di rendermi utile e di tornare a lavorare.