Quando un Teatro conta meno della Serie A

di Katia – 26 anni, cantante lirica e studentessa di conservatorio

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Da studentessa di Conservatorio e lavoratrice dello spettacolo mi ero già scontrata duramente con la realtà prima di questa emergenza sanitaria. Non è una novità che negli ultimi decenni la musica classica in Italia sia stata progressivamente ignorata, i Teatri abbiano iniziato ad accumulare debiti su debiti e il livello generale dei Conservatori si sia abbassato paurosamente con programmi riformati in modo alquanto discutibile. Non è nemmeno così strano che l’età media del pubblico a Teatro sia intorno ai 60 anni, che i giovani non sappiano nemmeno cosa sia un’opera lirica e che “musica classica” è sinonimo di “vecchio”. Chi la studia, invece, è sicuramente uno strano o uno sfigato. Insomma, non è un segreto che in Italia, negli ultimi anni, la cultura e l’arte siano state progressivamente dimenticate.

Nel mio mondo, se sei un giovane artista o non vieni pagato (“Lo fai per esperienza e per farti conoscere”, ti dicono, o “Non ci sono i soldi, mi dispiace”) o quello che puoi permetterti sono contratti occasionali e retribuzioni inadeguate. Insomma, fare musica in Italia negli ultimi anni non è sicuramente facile, tant’è che ognuno si arrangia come può, insegna in due o tre scuole di musica alla volta, accetta contratti da fame pur di portare a casa qualche spiccio, addirittura fa due lavori per continuare a seguire il suo sogno di diventare musicista.

Il Covid-19 ha cambiato tutto: in un mondo che era già da tempo in equilibrio precario, da un giorno all’altro ci siamo trovati senza lavoro, senza stipendio, senza certezze e senza alcuna prospettiva per il futuro. In due mesi ci hanno cancellato serate e concerti che magari erano programmati da mesi e che non sappiamo se saranno recuperati o meno, molti di noi hanno dovuto sospendere le lezioni con i propri allievi perché no, la musica non la si può insegnare decentemente online, perché la musica è contatto, è presenza, è confronto diretto tra allievo e insegnante.

Le misure adottate dal Governo non sono state sufficienti per alcuni di noi: ci sono artisti che, ad esempio, non hanno potuto avere accesso al contributo dei 600 euro erogati dall’INPS perché retribuiti con soli contratti occasionali o rimborso spese. Ma, come già detto sopra, per coloro che lavorano nel mondo dello spettacolo queste sono le forme di contrattazione più largamente utilizzate.

In un Paese in piena crisi, i lavoratori dello spettacolo sono stati abbandonati e dimenticati: sappiamo che la Serie A sta spingendo per riprendere il campionato, dal 18 Maggio tutti i fedeli cattolici potranno finalmente tornare in Chiesa per la celebrazione della Messa, i ristoranti riapriranno a breve e l’1 Giugno potrò andare a tagliarmi i capelli e fare la ceretta. Ma quando, mi chiedo, potrò tornare su un palcoscenico? Quando potrò tornare a esibirmi per il mio pubblico? Non lo sappiamo. Siamo gli ultimi, quelli scritti a matita in fondo alla pagina di cui tutti si dimenticano. Però, mi chiedo, avere alcune persone che sull’altare celebrano un rito con i fedeli seduti che li guardano e ascoltano non è la stessa cosa di avere degli artisti su un palcoscenico e un pubblico seduto che li ascolta? Dove sta la differenza? Che i musicisti non hanno fatto flashmob o non hanno fatto pressioni per riaprire i Teatri ma hanno aspettato con fiducia, chiusi nelle loro case, senza mai alzare i toni, usare parole fuori posto, criticare chi è al Governo perché consapevoli che non solo loro stanno vivendo un momento difficile?

Ci hanno chiesto di fare musica online, di creare un “Netflix” musicale. E forse qualcuno avrà pure pensato che sia una cosa bella, un’idea geniale, un “Teatro 2.0”. Io penso che chiunque abbia chiesto o ipotizzato una cosa del genere non abbia mai provato l’emozione che solo il Teatro dal vivo può dare. Un Teatro online può essere una soluzione temporanea, per quando noi artisti potremo tornare sul palcoscenico e registrare degli spettacoli che il pubblico potrà vedere a casa a pagamento, o una soluzione aggiuntiva nel momento in cui i Teatri potranno riaprire ma con un numero di posti ridotti. Si darebbe possibilità, quindi, anche a chi non riesce a comprare il biglietto e ad assistere dal vivo allo spettacolo, di vederlo da casa. Questo “Teatro 2.0”, però, non può e non deve essere una soluzione definitiva. Il Teatro è fatto di tante persone: artisti, tecnici, maschere, parrucchieri, truccatori… il Teatro è fatto anche dal suo pubblico. E un artista, senza pubblico, non è nessuno. A Teatro si crea un legame indissolubile tra l’artista e il pubblico, una sorta di magia che si spezza soltanto quando le luci si riaccendono alla fine dello spettacolo. Non è possibile ricreare la stessa magia se tra le due parti c’è uno schermo o una telecamera. Il Teatro non deve diventare uno show elitario trasmesso su canali secondari o in seconda serata.

A 25 anni ho paura. Paura per il mio futuro, paura perché so che la strada per noi giovani (e non parlo solo di noi artisti) sarà ancora più dura una volta finito tutto questo. E spero che qualcuno si ricordi di noi, che qualcuno si ricordi che l’Italia è il Paese con più cultura e arte al mondo, che queste ricchezze devono essere valorizzate e che la gente va educata alla bellezza, con l’arte, la musica, la letteratura, la poesia.

Il mio dispiacere più grande? Vedermi costretta ad andarmene dal mio Paese, culla di Civiltà e patria di pittori, poeti, compositori, artisti, perché i Teatri chiudono e gli stadi sono pieni.

Da studentessa di Conservatorio e lavoratrice dello spettacolo mi ero già scontrata duramente con la realtà prima di questa emergenza sanitaria. Non è una novità che negli ultimi decenni la musica classica in Italia sia stata progressivamente ignorata, i Teatri abbiano iniziato ad accumulare debiti su debiti e il livello generale dei Conservatori si sia abbassato paurosamente con programmi riformati in modo alquanto discutibile. Non è nemmeno così strano che l’età media del pubblico a Teatro sia intorno ai 60 anni, che i giovani non sappiano nemmeno cosa sia un’opera lirica e che “musica classica” è sinonimo di “vecchio”. Chi la studia, invece, è sicuramente uno strano o uno sfigato. Insomma, non è un segreto che in Italia, negli ultimi anni, la cultura e l’arte siano state progressivamente dimenticate.

Nel mio mondo, se sei un giovane artista o non vieni pagato (“Lo fai per esperienza e per farti conoscere”, ti dicono, o “Non ci sono i soldi, mi dispiace”) o quello che puoi permetterti sono contratti occasionali e retribuzioni inadeguate. Insomma, fare musica in Italia negli ultimi anni non è sicuramente facile, tant’è che ognuno si arrangia come può, insegna in due o tre scuole di musica alla volta, accetta contratti da fame pur di portare a casa qualche spiccio, addirittura fa due lavori per continuare a seguire il suo sogno di diventare musicista.

Il Covid-19 ha cambiato tutto: in un mondo che era già da tempo in equilibrio precario, da un giorno all’altro ci siamo trovati senza lavoro, senza stipendio, senza certezze e senza alcuna prospettiva per il futuro. In due mesi ci hanno cancellato serate e concerti che magari erano programmati da mesi e che non sappiamo se saranno recuperati o meno, molti di noi hanno dovuto sospendere le lezioni con i propri allievi perché no, la musica non la si può insegnare decentemente online, perché la musica è contatto, è presenza, è confronto diretto tra allievo e insegnante.

Le misure adottate dal Governo non sono state sufficienti per alcuni di noi: ci sono artisti che, ad esempio, non hanno potuto avere accesso al contributo dei 600 euro erogati dall’INPS perché retribuiti con soli contratti occasionali o rimborso spese. Ma, come già detto sopra, per coloro che lavorano nel mondo dello spettacolo queste sono le forme di contrattazione più largamente utilizzate.

In un Paese in piena crisi, i lavoratori dello spettacolo sono stati abbandonati e dimenticati: sappiamo che la Serie A sta spingendo per riprendere il campionato, dal 18 Maggio tutti i fedeli cattolici potranno finalmente tornare in Chiesa per la celebrazione della Messa, i ristoranti riapriranno a breve e l’1 Giugno potrò andare a tagliarmi i capelli e fare la ceretta. Ma quando, mi chiedo, potrò tornare su un palcoscenico? Quando potrò tornare a esibirmi per il mio pubblico? Non lo sappiamo. Siamo gli ultimi, quelli scritti a matita in fondo alla pagina di cui tutti si dimenticano. Però, mi chiedo, avere alcune persone che sull’altare celebrano un rito con i fedeli seduti che li guardano e ascoltano non è la stessa cosa di avere degli artisti su un palcoscenico e un pubblico seduto che li ascolta? Dove sta la differenza? Che i musicisti non hanno fatto flashmob o non hanno fatto pressioni per riaprire i Teatri ma hanno aspettato con fiducia, chiusi nelle loro case, senza mai alzare i toni, usare parole fuori posto, criticare chi è al Governo perché consapevoli che non solo loro stanno vivendo un momento difficile?

Ci hanno chiesto di fare musica online, di creare un “Netflix” musicale. E forse qualcuno avrà pure pensato che sia una cosa bella, un’idea geniale, un “Teatro 2.0”. Io penso che chiunque abbia chiesto o ipotizzato una cosa del genere non abbia mai provato l’emozione che solo il Teatro dal vivo può dare. Un Teatro online può essere una soluzione temporanea, per quando noi artisti potremo tornare sul palcoscenico e registrare degli spettacoli che il pubblico potrà vedere a casa a pagamento, o una soluzione aggiuntiva nel momento in cui i Teatri potranno riaprire ma con un numero di posti ridotti. Si darebbe possibilità, quindi, anche a chi non riesce a comprare il biglietto e ad assistere dal vivo allo spettacolo, di vederlo da casa. Questo “Teatro 2.0”, però, non può e non deve essere una soluzione definitiva. Il Teatro è fatto di tante persone: artisti, tecnici, maschere, parrucchieri, truccatori… il Teatro è fatto anche dal suo pubblico. E un artista, senza pubblico, non è nessuno. A Teatro si crea un legame indissolubile tra l’artista e il pubblico, una sorta di magia che si spezza soltanto quando le luci si riaccendono alla fine dello spettacolo. Non è possibile ricreare la stessa magia se tra le due parti c’è uno schermo o una telecamera. Il Teatro non deve diventare uno show elitario trasmesso su canali secondari o in seconda serata.

A 25 anni ho paura. Paura per il mio futuro, paura perché so che la strada per noi giovani (e non parlo solo di noi artisti) sarà ancora più dura una volta finito tutto questo. E spero che qualcuno si ricordi di noi, che qualcuno si ricordi che l’Italia è il Paese con più cultura e arte al mondo, che queste ricchezze devono essere valorizzate e che la gente va educata alla bellezza, con l’arte, la musica, la letteratura, la poesia.

Il mio dispiacere più grande? Vedermi costretta ad andarmene dal mio Paese, culla di Civiltà e patria di pittori, poeti, compositori, artisti, perché i Teatri chiudono e gli stadi sono pieni.