Riflessioni geografiche ai tempi del Covid-19

Come è cambiato di colpo il nostro rapporto con lo spazio e quanto dobbiamo stare attenti a tornare alla normalità

Abbadia Lariana, 7 maggio 2020
di Pietro Radaelli – studente di Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio, circolo di Lecco

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Oggi più che mai la geografia è entrata a gamba tesa nelle case di tutto il mondo. L’analisi geografica del Coronavirus è infatti alla base della comprensione del fenomeno, oltre che imprescindibile per passare alle prossime fasi e per attuare le misure di contenimento. Mappe e infografiche di ogni tipo ci aiutano a capire meglio quello che sta succedendo su una scala territoriale, mostrandoci come il virus si stia espandendo in modo differente in un luogo piuttosto che in un altro.

Tanti diversi luoghi, appunto, che sono ormai però ridotti a meri toponimi e dei quali stiamo gradualmente perdendo la percezione. Rimanendo chiusi in casa il nostro spazio potenziale si è esponenzialmente ridotto e la nostra geografia personale si limita ad annoverare solamente le mura domestiche e i percorsi per le “assolute necessità”.

Ci siamo ritrovati in una società che ha perso la sua territorialità, cioè, nella definizione di Claude Raffestin, l’insieme delle relazioni che gli individui intrattengono con l’esteriorità (l’ambiente fisico) e con l’alterità (l’ambiente sociale) per soddisfare i propri bisogni con l’aiuto di mediatori, nella prospettiva di ottenere la maggiore autonomia possibile, tenendo conto delle risorse del sistema. 

E non si tratta tanto del risultato del nostro comportamento sul territorio, quanto del processo di costruzione di tale comportamento, che al momento non siamo in grado di espletare. Solo il virus, ora, è in grado di avere una propria territorialità, approfittando dei nostri corpi e delle nostre interazioni sociali.

Una mancata relazione triangolare (uomo – ambiente fisico – ambiente sociale) che, secondo il geografo Franco Farinelli, sta facendo addirittura sgretolare i modelli geografici assunti fino a oggi e dettando la fine di un’epoca, quella tolemaica. Il distanziamento sociale mette in crisi la natura spaziale della costruzione della società e ne segnala la fine, in quanto la socialità coincide adesso con la presa di distanza rispetto all’altro. Se fino a ora ci siamo immaginati il mondo come una gigantesca mappa, cioè un unico spazio universale, viceversa adesso dobbiamo abituarci a una visione post-tolemaica in cui sarà necessario risalire da un’immensa molteplicità di mappe a un’unica nuda sfera, quella terrestre.

Il rapporto tra socialità e geografia ritorna anche nelle recenti parole di Jacques Lévy, secondo cui il contagio del virus è 100% medico e 100% sociale, perché a condannarci sono il nostro abitare mobile e il nostro abitare urbanizzato, cioè reticolarità e prossimità sociale. Non è un caso che le zone più colpite dal virus siano le grandi città e le zone di periurbano che dipendono dalle prime, come Milano e Bergamo. 

E per comprendere al meglio il fenomeno di diffusione del contagio è necessaria anche in questo caso una riflessione geografica. Sembrerebbe che la causa prima di questo fenomeno sia proprio il carattere estremamente reticolare degli agglomerati urbani del XXI secolo e, solo in un secondo momento, la diffusione del virus sarebbe veicolata dall’alta densità di popolazione. Va notato infatti, per esempio, che anche all’interno delle grandi città le zone più colpite non paiono essere quelle più dense (che spesso coincidono con quelle più povere), ma quelle maggiormente abitate da classi socio-economiche più alte, cosmopolite e iper-mobili. 

È quindi un dato di fatto che il nostro rapporto con lo spazio sia radicalmente cambiato. Questo mutamento ci condizionerà anche nei prossimi mesi, fino al vaccino, ma forse anche oltre. Basti pensare a quanto comodi ci stiamo rendendo conto essere gli strumenti digitali per le videochiamate o per la didattica a distanza, grazie a cui anche alla fine dell’emergenza probabilmente sacrificheremo il nostro essere fisicamente nello spazio, cuore delle relazioni sociali, per mancanza di tempo o semplicemente per pigrizia.

Questa pandemia potrebbe veramente essere il punto di svolta per la nostra relazione con il mondo, ma è necessario stare attenti al ritorno alla normalità. Stare accorti in particolar modo a quelle convenzioni sociali che fino all’ultimo DPCM davamo per scontate e che ora stanno svanendo insieme alla territorialità che le plasmava.

Il distanziamento sociale non deve farci però dimenticare il valore insostituibile dei rapporti di persona che, come ricorda Filippo Celata, docente di geografia economica alla Sapienza, hanno un valore non solo affettivo, ma anche monetario. Sono infatti innanzitutto uno stimolo alla partecipazione attiva: il guardarsi in faccia scoraggia a mentire, rimuove l’anonimato e rafforza i legami e la fiducia e implica, spesso implicitamente, uno scambio di conoscenze tacite o non codificabili. La compresenza risulta quindi indispensabile se si tratta di condividere conoscenze che si riproducono solo tramite l’esperienza, l’imitazione, la collaborazione diretta tra individui. 

Ad esempio, in questo periodo stiamo rinunciando alla cosiddetta serendipità, cioè l’insieme degli esiti di una conversazione casuali e aperti a una fruizione condivisa e diffusa, tipica delle relazioni faccia a faccia. Inoltre, un occhio di riguardo deve essere riservato anche a quelle forme d’innovazione e di creatività che si basano sulla produzione sociale della conoscenza per cui è necessario scongiurare l’implosione di un ecosistema sociale dal quale è stimolato l’intero mondo culturale, fatto in primis di relazioni informali.

Questo lockdown, infine, non ci deve far abituare alla relazione sociale distanziata anche perché stiamo ora assistendo al trionfo dei soli legami forti e contemporaneamente al collasso dei legami deboli, ovvero le relazioni più sporadiche, che risultano essere le più importanti da un punto di vista lavorativo (e quindi economico), oltre che arricchenti per l’individuo, il quale sposta i propri orizzonti verso qualcosa che conosce di meno.

Il post-pandemia sarà dunque per tutti un banco di prova e, fase 2, 3 o 4 che sia, ritorneremo anche a quella che possiamo considerare una “normalità spaziale”

Ecco, facciamo in modo che l’isolamento sia servito a qualcosa e diamo alla nostra personale geografia, di spazi e di relazioni, l’importanza che merita, in modo da rispettare e sfruttare al meglio l’esteriorità e l’alterità.

Oggi più che mai la geografia è entrata a gamba tesa nelle case di tutto il mondo. L’analisi geografica del Coronavirus è infatti alla base della comprensione del fenomeno, oltre che imprescindibile per passare alle prossime fasi e per attuare le misure di contenimento. Mappe e infografiche di ogni tipo ci aiutano a capire meglio quello che sta succedendo su una scala territoriale, mostrandoci come il virus si stia espandendo in modo differente in un luogo piuttosto che in un altro.

Tanti diversi luoghi, appunto, che sono ormai però ridotti a meri toponimi e dei quali stiamo gradualmente perdendo la percezione. Rimanendo chiusi in casa il nostro spazio potenziale si è esponenzialmente ridotto e la nostra geografia personale si limita ad annoverare solamente le mura domestiche e i percorsi per le “assolute necessità”.

Ci siamo ritrovati in una società che ha perso la sua territorialità, cioè, nella definizione di Claude Raffestin, l’insieme delle relazioni che gli individui intrattengono con l’esteriorità (l’ambiente fisico) e con l’alterità (l’ambiente sociale) per soddisfare i propri bisogni con l’aiuto di mediatori, nella prospettiva di ottenere la maggiore autonomia possibile, tenendo conto delle risorse del sistema. 

E non si tratta tanto del risultato del nostro comportamento sul territorio, quanto del processo di costruzione di tale comportamento, che al momento non siamo in grado di espletare. Solo il virus, ora, è in grado di avere una propria territorialità, approfittando dei nostri corpi e delle nostre interazioni sociali.

Una mancata relazione triangolare (uomo – ambiente fisico – ambiente sociale) che, secondo il geografo Franco Farinelli, sta facendo addirittura sgretolare i modelli geografici assunti fino a oggi e dettando la fine di un’epoca, quella tolemaica. Il distanziamento sociale mette in crisi la natura spaziale della costruzione della società e ne segnala la fine, in quanto la socialità coincide adesso con la presa di distanza rispetto all’altro. Se fino a ora ci siamo immaginati il mondo come una gigantesca mappa, cioè un unico spazio universale, viceversa adesso dobbiamo abituarci a una visione post-tolemaica in cui sarà necessario risalire da un’immensa molteplicità di mappe a un’unica nuda sfera, quella terrestre.

Il rapporto tra socialità e geografia ritorna anche nelle recenti parole di Jacques Lévy, secondo cui il contagio del virus è 100% medico e 100% sociale, perché a condannarci sono il nostro abitare mobile e il nostro abitare urbanizzato, cioè reticolarità e prossimità sociale. Non è un caso che le zone più colpite dal virus siano le grandi città e le zone di periurbano che dipendono dalle prime, come Milano e Bergamo. 

E per comprendere al meglio il fenomeno di diffusione del contagio è necessaria anche in questo caso una riflessione geografica. Sembrerebbe che la causa prima di questo fenomeno sia proprio il carattere estremamente reticolare degli agglomerati urbani del XXI secolo e, solo in un secondo momento, la diffusione del virus sarebbe veicolata dall’alta densità di popolazione. Va notato infatti, per esempio, che anche all’interno delle grandi città le zone più colpite non paiono essere quelle più dense (che spesso coincidono con quelle più povere), ma quelle maggiormente abitate da classi socio-economiche più alte, cosmopolite e iper-mobili. 

È quindi un dato di fatto che il nostro rapporto con lo spazio sia radicalmente cambiato. Questo mutamento ci condizionerà anche nei prossimi mesi, fino al vaccino, ma forse anche oltre. Basti pensare a quanto comodi ci stiamo rendendo conto essere gli strumenti digitali per le videochiamate o per la didattica a distanza, grazie a cui anche alla fine dell’emergenza probabilmente sacrificheremo il nostro essere fisicamente nello spazio, cuore delle relazioni sociali, per mancanza di tempo o semplicemente per pigrizia.

Questa pandemia potrebbe veramente essere il punto di svolta per la nostra relazione con il mondo, ma è necessario stare attenti al ritorno alla normalità. Stare accorti in particolar modo a quelle convenzioni sociali che fino all’ultimo DPCM davamo per scontate e che ora stanno svanendo insieme alla territorialità che le plasmava.

Il distanziamento sociale non deve farci però dimenticare il valore insostituibile dei rapporti di persona che, come ricorda Filippo Celata, docente di geografia economica alla Sapienza, hanno un valore non solo affettivo, ma anche monetario. Sono infatti innanzitutto uno stimolo alla partecipazione attiva: il guardarsi in faccia scoraggia a mentire, rimuove l’anonimato e rafforza i legami e la fiducia e implica, spesso implicitamente, uno scambio di conoscenze tacite o non codificabili. La compresenza risulta quindi indispensabile se si tratta di condividere conoscenze che si riproducono solo tramite l’esperienza, l’imitazione, la collaborazione diretta tra individui. 

Ad esempio, in questo periodo stiamo rinunciando alla cosiddetta serendipità, cioè l’insieme degli esiti di una conversazione casuali e aperti a una fruizione condivisa e diffusa, tipica delle relazioni faccia a faccia. Inoltre, un occhio di riguardo deve essere riservato anche a quelle forme d’innovazione e di creatività che si basano sulla produzione sociale della conoscenza per cui è necessario scongiurare l’implosione di un ecosistema sociale dal quale è stimolato l’intero mondo culturale, fatto in primis di relazioni informali.

Questo lockdown, infine, non ci deve far abituare alla relazione sociale distanziata anche perché stiamo ora assistendo al trionfo dei soli legami forti e contemporaneamente al collasso dei legami deboli, ovvero le relazioni più sporadiche, che risultano essere le più importanti da un punto di vista lavorativo (e quindi economico), oltre che arricchenti per l’individuo, il quale sposta i propri orizzonti verso qualcosa che conosce di meno.

Il post-pandemia sarà dunque per tutti un banco di prova e, fase 2, 3 o 4 che sia, ritorneremo anche a quella che possiamo considerare una “normalità spaziale”

Ecco, facciamo in modo che l’isolamento sia servito a qualcosa e diamo alla nostra personale geografia, di spazi e di relazioni, l’importanza che merita, in modo da rispettare e sfruttare al meglio l’esteriorità e l’alterità.