Sentire il virus che si avvicina (e non poter far nulla)

Lecco, 20 aprile 2020
di Stefano Vassena – giornalista, responsabile Comunicazione GD Lecco

Commenta su facebook


“Finita tutta questa storia, bisognerà discutere seriamente della sanità di questo Paese”.

Con questa frase si è conclusa la telefonata con Maria, nome di fantasia di una giovane lavoratrice del settore sanitario che si è trovata a fronteggiare l’emergenza legata al coronavirus. E questa frase potrebbe benissimo riassumere il racconto di Maria, che nella vita lavora presso una RSA in provincia di Lecco. Interrogandoci sulla situazione drammatica delle RSA in Lombardia, abbiamo trovato Maria: questo è quanto ci ha detto.

Maria, come stai?

Sono stanca, è una situazione molto pesante. Come operatori – medici, infermieri, OSS, e anche fisioterapisti – siamo provati, soprattutto psicologicamente. È una malattia che nel giro di poco tempo è in grado di portarti ad aggravarti in maniera serissima e purtroppo, se sei già debilitato e con più patologie come lo sono i nostri ospiti, anche a non farcela.

Andiamo con ordine: dove lavori e come sei venuta a contatto con l’emergenza?

Lavoro in una residenza per anziani. All’inizio del mese di marzo, quando il tema del coronavirus era già presente, uno dei nostri medici si è ammalato, con i tipici sintomi del virus. Ci siamo subito allarmati e abbiamo richiesto alla dirigenza di provvedere a procurare a tutti noi i DPI. Ma così non è stato.

Non ve li hanno dati?

No, si sono limitati a concederci l’utilizzo delle mascherine chirurgiche, con l’invito da parte loro di “controllare le paure insensate”. Tutto questo perché il medico in questione non era risultato positivo al tampone, ma semplicemente perché non era finito in ospedale e, pertanto, non era stato testato. Ma era solo questione di giorni.

Che è successo?

Il medico è peggiorato, è stato portato in ospedale, testato e riscontrato positivo al Covid19. Solo in quel momento ci sono stati concessi i DPI, con un ritardo di una settimana rispetto alla nostra richiesta, ritardo che potrebbe essersi rivelato fatale nella gestione della situazione. Cinque giorni dopo, arrivando al turno, mi sono trovata davanti all’isolamento di alcuni reparti: il virus era arrivato.

Cosa avete provato? Qual è stata la reazione della dirigenza?

Abbiamo avuto paura. Chi ha potuto ha preso le ferie, altri si sono messi in malattia. Anche perché dalla dirigenza ci è arrivato proprio l’invito preciso: “chi può stare a casa, stia a casa”. Io sono una partita I.V.A. e, come pochi altri colleghi, siamo restati: non potevamo permetterci di non lavorare, anche a costo di ammalarci o contagiare mariti, compagni, genitori… abbiamo affitti o mutui.

Una domanda brutale: quanti pazienti avete perso?

I casi confermati di coronavirus tra i nostri ospiti sono stati solamente tre, anche perché – come ben sapete – il tampone viene fatto solo a chi finisce in ospedale. Sul numero di morti non posso sbilanciarmi, ma vi basti sapere che rispetto al mese di marzo 2019, a marzo 2020 abbiamo avuto il quadruplo dei decessi.

Qual era la situazione a fine mese? E quale quella di oggi?

A fine marzo la maggior parte dei colleghi sono rientrati ma abbiamo, allo stesso tempo, avuto altri casi (conclamati o meno) di medici contagiati. Oggi abbiamo i DPI corretti (mascherina, occhiali, cuffia, camice e copertura per le scarpe) ma non sono mai abbastanza: viviamo nella paura di contagiarci a vicenda, contagiare i nostri pazienti e le persone con cui viviamo. Almeno ora ci misurano la febbre.

Non hai avuto la tentazione di stare a casa?

Certo, ma la vera domanda che mi sono fatta è stata “me lo posso permettere?”, e da partita I.V.A. mi sono risposta di no. Senti il virus che si avvicina, vedi i primi parenti, colleghi, amici ammalarsi, e qualcuno anche morire. Il senso di colpa di chi ha contagiato un congiunto è enorme. Noi siamo rimasti anche per provare a colmare quel vuoto creatosi tra chi è ricoverato e i loro familiari, per avvicinare un telefonino all’orecchio di qualche paziente e metterlo in contatto con una figlia, una moglie, un nipote.

Quale messaggio vorresti lasciare a chi ti leggerà?

Che finita questa storia dovremmo seriamente ridiscutere della situazione sanitaria del Paese: ragionare sul ruolo della società, sull’impostare una risposta preventiva, sull’individuare responsabilità delle mancanze avvenute. La questione delle mascherine ci ha dimostrato che non possiamo rinunciare alle produzioni strategiche: queste devono tornare in Italia o in Europa, e la solidarietà tra i membri dell’Unione Europea non potrà più mancare. Ricordiamoci domani di non dimenticare l’oggi e questi giorni terribili.

“Finita tutta questa storia, bisognerà discutere seriamente della sanità di questo Paese”.

Con questa frase si è conclusa la telefonata con Maria, nome di fantasia di una giovane lavoratrice del settore sanitario che si è trovata a fronteggiare l’emergenza legata al coronavirus. E questa frase potrebbe benissimo riassumere il racconto di Maria, che nella vita lavora presso una RSA in provincia di Lecco. Interrogandoci sulla situazione drammatica delle RSA in Lombardia, abbiamo trovato Maria: questo è quanto ci ha detto.

Maria, come stai?

Sono stanca, è una situazione molto pesante. Come operatori – medici, infermieri, OSS, e anche fisioterapisti – siamo provati, soprattutto psicologicamente. È una malattia che nel giro di poco tempo è in grado di portarti ad aggravarti in maniera serissima e purtroppo, se sei già debilitato e con più patologie come lo sono i nostri ospiti, anche a non farcela.

Andiamo con ordine: dove lavori e come sei venuta a contatto con l’emergenza?

Lavoro in una residenza per anziani. All’inizio del mese di marzo, quando il tema del coronavirus era già presente, uno dei nostri medici si è ammalato, con i tipici sintomi del virus. Ci siamo subito allarmati e abbiamo richiesto alla dirigenza di provvedere a procurare a tutti noi i DPI. Ma così non è stato.

Non ve li hanno dati?

No, si sono limitati a concederci l’utilizzo delle mascherine chirurgiche, con l’invito da parte loro di “controllare le paure insensate”. Tutto questo perché il medico in questione non era risultato positivo al tampone, ma semplicemente perché non era finito in ospedale e, pertanto, non era stato testato. Ma era solo questione di giorni.

Che è successo?

Il medico è peggiorato, è stato portato in ospedale, testato e riscontrato positivo al Covid19. Solo in quel momento ci sono stati concessi i DPI, con un ritardo di una settimana rispetto alla nostra richiesta, ritardo che potrebbe essersi rivelato fatale nella gestione della situazione. Cinque giorni dopo, arrivando al turno, mi sono trovata davanti all’isolamento di alcuni reparti: il virus era arrivato.

Cosa avete provato? Qual è stata la reazione della dirigenza?

Abbiamo avuto paura. Chi ha potuto ha preso le ferie, altri si sono messi in malattia. Anche perché dalla dirigenza ci è arrivato proprio l’invito preciso: “chi può stare a casa, stia a casa”. Io sono una partita I.V.A. e, come pochi altri colleghi, siamo restati: non potevamo permetterci di non lavorare, anche a costo di ammalarci o contagiare mariti, compagni, genitori… abbiamo affitti o mutui.

Una domanda brutale: quanti pazienti avete perso?

I casi confermati di coronavirus tra i nostri ospiti sono stati solamente tre, anche perché – come ben sapete – il tampone viene fatto solo a chi finisce in ospedale. Sul numero di morti non posso sbilanciarmi, ma vi basti sapere che rispetto al mese di marzo 2019, a marzo 2020 abbiamo avuto il quadruplo dei decessi.

Qual era la situazione a fine mese? E quale quella di oggi?

A fine marzo la maggior parte dei colleghi sono rientrati ma abbiamo, allo stesso tempo, avuto altri casi (conclamati o meno) di medici contagiati. Oggi abbiamo i DPI corretti (mascherina, occhiali, cuffia, camice e copertura per le scarpe) ma non sono mai abbastanza: viviamo nella paura di contagiarci a vicenda, contagiare i nostri pazienti e le persone con cui viviamo. Almeno ora ci misurano la febbre.

Non hai avuto la tentazione di stare a casa?

Certo, ma la vera domanda che mi sono fatta è stata “me lo posso permettere?”, e da partita I.V.A. mi sono risposta di no. Senti il virus che si avvicina, vedi i primi parenti, colleghi, amici ammalarsi, e qualcuno anche morire. Il senso di colpa di chi ha contagiato un congiunto è enorme. Noi siamo rimasti anche per provare a colmare quel vuoto creatosi tra chi è ricoverato e i loro familiari, per avvicinare un telefonino all’orecchio di qualche paziente e metterlo in contatto con una figlia, una moglie, un nipote.

Quale messaggio vorresti lasciare a chi ti leggerà?

Che finita questa storia dovremmo seriamente ridiscutere della situazione sanitaria del Paese: ragionare sul ruolo della società, sull’impostare una risposta preventiva, sull’individuare responsabilità delle mancanze avvenute. La questione delle mascherine ci ha dimostrato che non possiamo rinunciare alle produzioni strategiche: queste devono tornare in Italia o in Europa, e la solidarietà tra i membri dell’Unione Europea non potrà più mancare. Ricordiamoci domani di non dimenticare l’oggi e questi giorni terribili.