Stato e fede ai tempi del Covid-19

Oggiono, 30 aprile 2020
di Andrea Gianola – studente di Scienze e Tecnologie Alimentari, responsabile Organizzazione Tesoreria e Tesseramento GD Lecco

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È recente la conferenza stampa del Presidente Conte in merito al decreto che dal quattro maggio allenterà la stretta alla quarantena obbligata che attanaglia gli italiani da due mesi a questa parte.

È altrettanto recente il vivo malcontento che la CEI (Conferenza Episcopale Italiana), unitamente a diversi esponenti politici di spicco, ha esposto nei confronti della decisione di non includere funzioni religiose come la messa – principale celebrazione cattolica – nelle attività che saranno di nuovo consentite, seppur con cautela. Questo, ha spiegato il Presidente Conte, a seguito di un chiaro e unanime parere espresso dal comitato tecnico-scientifico, che lo sta coadiuvando in questi periodi drastici. Un malcontento che si è concretizzato in un comunicato diffuso della stessa CEI in cui afferma di «esigere» di «poter riprendere la sua azione pastorale», perché vede «compromesso» l’esercizio della libertà di culto. Il Governo, in tutta risposta, si è detto impegnato a emanare un «protocollo» per riprendere a celebrare le messe «in sicurezza».

Reazione del Governo a parte, occorre probabilmente chiedersi profondamente quanto un evento come la messa possa essere considerato una priorità comune a tutti i fedeli ma, soprattutto, ai non fedeli. In un momento storico dove le decisioni e gli interessi di pochi potrebbero potenzialmente pesare sulla salute di tutti, è cosa logica (dovrebbe esserlo) adottare approcci cautelativi, restrittivi, che necessariamente includano anche sacrificio e tolleranza.

Oltretutto, come saggiamente affermato in una lunga pubblicazione da Don Cristiano Mauri, cappellano dell’Università Bicocca di Milano, nessuno sta negando agli italiani la «libertà di culto». Benché l’Eucarestia sia indiscutibilmente il fulcro della liturgia cristiana, il culto religioso è l’espressione intima della fede e può esplicarsi in forme assai diverse da quelle canoniche: si può pregare all’interno delle propria mura domestiche, senza necessariamente essere attorniati da altri fedeli. Per di più, denunciare un oltraggio alla «libertà di culto» a seguito di un atto di buon senso risulta in vero, come lo stesso Mauri afferma, «[…] irrispettoso verso coloro che nel mondo realmente non ne godono».

In Italia, per esempio, esiste un numero estremamente esiguo di moschee per un milione e cinquecentomila fedeli musulmani, speso costretti a celebrare i loro riti in ambienti poco dignitosi, come capannoni e scantinati. Milano, in questo senso, è l’esempio più vergognoso: in una metropoli da quasi un milione e mezzo di abitanti, nemmeno una.

Per concludere, c’è davvero da chiedersi quanto la dimensione associativa della fede possa essere considerata una priorità in un momento delicato come questo.

Le celebrazioni funebri – che saranno consentite dal quattro maggio, seppur con delle limitazioni – sono sufficientemente rappresentative dell’attenzione che il Governo vuole porre nei confronti della sensibilità umana e della salute psicologica di chi ha tragicamente subito un lutto in questo difficile periodo di emergenza sanitaria.

La voglia di ricominciare e ripartire appartiene a tutti, non solo alla Chiesa.

In uno Stato peraltro costituzionalmente laico, è necessario che il tutto avvenga nel rispetto di una gerarchia di priorità definita. E se anche Papa Francesco riesce a dimostrare tanta lungimiranza da affermare che «bisogna obbedire alle disposizioni perché la pandemia non torni», forse sarebbe davvero il caso di porre discreta cautela nel far proprie affermazioni tanto controverse come quelle del CEI.

È recente la conferenza stampa del Presidente Conte in merito al decreto che dal quattro maggio allenterà la stretta alla quarantena obbligata che attanaglia gli italiani da due mesi a questa parte.

È altrettanto recente il vivo malcontento che la CEI (Conferenza Episcopale Italiana), unitamente a diversi esponenti politici di spicco, ha esposto nei confronti della decisione di non includere funzioni religiose come la messa – principale celebrazione cattolica – nelle attività che saranno di nuovo consentite, seppur con cautela. Questo, ha spiegato il Presidente Conte, a seguito di un chiaro e unanime parere espresso dal comitato tecnico-scientifico, che lo sta coadiuvando in questi periodi drastici. Un malcontento che si è concretizzato in un comunicato diffuso della stessa CEI in cui afferma di «esigere» di «poter riprendere la sua azione pastorale», perché vede «compromesso» l’esercizio della libertà di culto. Il Governo, in tutta risposta, si è detto impegnato a emanare un «protocollo» per riprendere a celebrare le messe «in sicurezza».

Reazione del Governo a parte, occorre probabilmente chiedersi profondamente quanto un evento come la messa possa essere considerato una priorità comune a tutti i fedeli ma, soprattutto, ai non fedeli. In un momento storico dove le decisioni e gli interessi di pochi potrebbero potenzialmente pesare sulla salute di tutti, è cosa logica (dovrebbe esserlo) adottare approcci cautelativi, restrittivi, che necessariamente includano anche sacrificio e tolleranza.

Oltretutto, come saggiamente affermato in una lunga pubblicazione da Don Cristiano Mauri, cappellano dell’Università Bicocca di Milano, nessuno sta negando agli italiani la «libertà di culto». Benché l’Eucarestia sia indiscutibilmente il fulcro della liturgia cristiana, il culto religioso è l’espressione intima della fede e può esplicarsi in forme assai diverse da quelle canoniche: si può pregare all’interno delle propria mura domestiche, senza necessariamente essere attorniati da altri fedeli. Per di più, denunciare un oltraggio alla «libertà di culto» a seguito di un atto di buon senso risulta in vero, come lo stesso Mauri afferma, «[…] irrispettoso verso coloro che nel mondo realmente non ne godono».

In Italia, per esempio, esiste un numero estremamente esiguo di moschee per un milione e cinquecentomila fedeli musulmani, speso costretti a celebrare i loro riti in ambienti poco dignitosi, come capannoni e scantinati. Milano, in questo senso, è l’esempio più vergognoso: in una metropoli da quasi un milione e mezzo di abitanti, nemmeno una.

Per concludere, c’è davvero da chiedersi quanto la dimensione associativa della fede possa essere considerata una priorità in un momento delicato come questo.

Le celebrazioni funebri – che saranno consentite dal quattro maggio, seppur con delle limitazioni – sono sufficientemente rappresentative dell’attenzione che il Governo vuole porre nei confronti della sensibilità umana e della salute psicologica di chi ha tragicamente subito un lutto in questo difficile periodo di emergenza sanitaria.

La voglia di ricominciare e ripartire appartiene a tutti, non solo alla Chiesa.

In uno Stato peraltro costituzionalmente laico, è necessario che il tutto avvenga nel rispetto di una gerarchia di priorità definita. E se anche Papa Francesco riesce a dimostrare tanta lungimiranza da affermare che «bisogna obbedire alle disposizioni perché la pandemia non torni», forse sarebbe davvero il caso di porre discreta cautela nel far proprie affermazioni tanto controverse come quelle del CEI.