Il Colibrì – Recensioni ai tempi del Covid

Viganò, 4 giugno 2020
di Giulia Mauri – laureata in Lettere, circolo di Merate

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“Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi d’essere sempre andati alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati nel mondo: […] Poi ce ne sono altri che pur stando fermi percorrono una strada lunga e avventurosa perché è il mondo a scivolare sotto i loro piedi, e finiscono molto lontano da dove erano partiti: Marco Carrera era uno di essi. Ormai era chiaro: la sua vita aveva uno scopo. Non tutte le vite lo avevano, la sua lo aveva. Le dolorose vicissitudini che l’avevano segnata avevano esse pure uno scopo, nulla gli era capitato per caso.”

Ultimo romanzo dello scrittore italiano Sandro Veronesi, molto apprezzato ma anche oggetto di critiche da parte dei lettori, candidato nella dozzina dei finalisti del Premio Strega 2020. Perché leggere oggi “Il Colibrì” può avere particolare attinenza con quanto stiamo vivendo.

 “Preghiamo per lui, e per tutte le navi in mare.”

Così si chiude il primo capitolo del romanzo, che si apre nel mezzo del cammino della vita del protagonista Marco Carrera, quarantenne, dottore oculista di fama, proprio quando, nel 1999, la sua vita sta per essere sconvolta “dal più potente urto emotivo di una vita ricca di altri potenti urti emotivi.”

Le vicende della sua esistenza si dipanano da qui, di capitolo in capitolo, in un ordine tutt’altro che cronologico, in cui si susseguono e-mail, lettere per fermo posta, atti di convegni, persino elenchi di mobili: documenti che contribuiscono a costruire nella mente del lettore la figura sfaccettata di Carrera, delle sue relazioni, della sua famiglia, degli amici, con un ritmo che va a strappi, dove molte questioni rimangono in sospeso eppure, allo stesso tempo, nulla sembra lasciato al caso.

Lo scrittore pare volere coinvolgere attivamente il lettore, che non è spettatore delle vicende, ma deve anzi farsi attento e partecipe, rendersi disponibile a seguire l’autore passo passo nel patto narrativo. È un gioco vero e proprio, dove l’autore, seminando indizi e poi sterzando bruscamente su percorsi diversi, intreccia fili di colori differenti solo alla fine sembrano ritrovare la loro collocazione nel disegno complessivo.

Ed è forse lo stesso gioco (a tratti un gioco senza dubbio crudele) in cui si trova inconsapevolmente immerso anche il protagonista, il quale è davvero un colibrì, non solo per i lunghi tempi di crescita della sua adolescenza, ma ancor più per la capacità di rimanere fermo nel tempo, di sottrarsi al cambiamento, di volare all’indietro, proprio come il minuscolo uccellino del titolo. Effettivamente, questa caratteristica oggi non è generalmente tra le più apprezzate, nei ritmi sempre più frenetici della vita quotidiana, dove sembra essere premiato chi, cambiando pelle, si adegua, più di chi punta i piedi e oppone resistenza.

Tuttavia, in questo preciso momento storico, in cui le nostre vite hanno subito una improvvisa e non richiesta battuta d’arresto, dove il futuro sembra ogni giorno più incerto e incompatibile con le aspettative di solamente poche settimane fa, Marco Carrera può paradossalmente costituire una fonte di ispirazione: più volte colpito duramente, negli affetti, nelle incomprensioni, in crude scelte obbligate, grazie all’aiuto di una perseveranza non comune (e di buoni consigli), in ogni occasione egli riesce a rimettersi faticosamente in piedi, fino a scoprire, riguardandosi alle spalle, un tracciato luminoso che percorre la sua vita, una scia di bricioline che costruiscono un percorso proteso verso un scopo e proiettato nel futuro. Per Marco, il fine è “l’uomo del futuro” (che pure è donna, la straordinaria nipotina), di cui si deve prendere cura come di un prezioso germoglio da consegnare all’umanità, nel 2030 immaginato con una turbinosa accelerazione del ritmo narrativo negli ultimi capitoli.

E per noi? Qual è, quale può essere oggi il nostro fine, che ci aiuti a superare di slancio le nebbie dell’incertezza della prossima ventura fase 2 (e di tutte quelle che seguiranno)? La risposta non può certamente essere una uguale e preconfezionata per tutti, ma l’invito che forse possiamo raccogliere dal libro è quello, anzitutto, di fermarsi. E pensare, prendere fiato. Guardarsi indietro, guardarsi dentro. Come gli atleti, prendere lo slancio necessario al salto, avendo ben chiari i nostri punti di riferimento, le stelle fisse che guidano l’esistenza di ciascuno.

Come Marco Carrera, del resto: “lui che desiderava stare fermo è riuscito ad avanzare così tanto, così dolorosamente, senza crollare”.*

 

*tutte le parti tra virgolette riprendono letteralmente il dettato dell’opera 

 

“Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi d’essere sempre andati alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati nel mondo: […] Poi ce ne sono altri che pur stando fermi percorrono una strada lunga e avventurosa perché è il mondo a scivolare sotto i loro piedi, e finiscono molto lontano da dove erano partiti: Marco Carrera era uno di essi. Ormai era chiaro: la sua vita aveva uno scopo. Non tutte le vite lo avevano, la sua lo aveva. Le dolorose vicissitudini che l’avevano segnata avevano esse pure uno scopo, nulla gli era capitato per caso.”

Ultimo romanzo dello scrittore italiano Sandro Veronesi, molto apprezzato ma anche oggetto di critiche da parte dei lettori, candidato nella dozzina dei finalisti del Premio Strega 2020. Perché leggere oggi “Il Colibrì” può avere particolare attinenza con quanto stiamo vivendo.

 “Preghiamo per lui, e per tutte le navi in mare.”

Così si chiude il primo capitolo del romanzo, che si apre nel mezzo del cammino della vita del protagonista Marco Carrera, quarantenne, dottore oculista di fama, proprio quando, nel 1999, la sua vita sta per essere sconvolta “dal più potente urto emotivo di una vita ricca di altri potenti urti emotivi.”

Le vicende della sua esistenza si dipanano da qui, di capitolo in capitolo, in un ordine tutt’altro che cronologico, in cui si susseguono e-mail, lettere per fermo posta, atti di convegni, persino elenchi di mobili: documenti che contribuiscono a costruire nella mente del lettore la figura sfaccettata di Carrera, delle sue relazioni, della sua famiglia, degli amici, con un ritmo che va a strappi, dove molte questioni rimangono in sospeso eppure, allo stesso tempo, nulla sembra lasciato al caso.

Lo scrittore pare volere coinvolgere attivamente il lettore, che non è spettatore delle vicende, ma deve anzi farsi attento e partecipe, rendersi disponibile a seguire l’autore passo passo nel patto narrativo. È un gioco vero e proprio, dove l’autore, seminando indizi e poi sterzando bruscamente su percorsi diversi, intreccia fili di colori differenti solo alla fine sembrano ritrovare la loro collocazione nel disegno complessivo.

Ed è forse lo stesso gioco (a tratti un gioco senza dubbio crudele) in cui si trova inconsapevolmente immerso anche il protagonista, il quale è davvero un colibrì, non solo per i lunghi tempi di crescita della sua adolescenza, ma ancor più per la capacità di rimanere fermo nel tempo, di sottrarsi al cambiamento, di volare all’indietro, proprio come il minuscolo uccellino del titolo. Effettivamente, questa caratteristica oggi non è generalmente tra le più apprezzate, nei ritmi sempre più frenetici della vita quotidiana, dove sembra essere premiato chi, cambiando pelle, si adegua, più di chi punta i piedi e oppone resistenza.

Tuttavia, in questo preciso momento storico, in cui le nostre vite hanno subito una improvvisa e non richiesta battuta d’arresto, dove il futuro sembra ogni giorno più incerto e incompatibile con le aspettative di solamente poche settimane fa, Marco Carrera può paradossalmente costituire una fonte di ispirazione: più volte colpito duramente, negli affetti, nelle incomprensioni, in crude scelte obbligate, grazie all’aiuto di una perseveranza non comune (e di buoni consigli), in ogni occasione egli riesce a rimettersi faticosamente in piedi, fino a scoprire, riguardandosi alle spalle, un tracciato luminoso che percorre la sua vita, una scia di bricioline che costruiscono un percorso proteso verso un scopo e proiettato nel futuro. Per Marco, il fine è “l’uomo del futuro” (che pure è donna, la straordinaria nipotina), di cui si deve prendere cura come di un prezioso germoglio da consegnare all’umanità, nel 2030 immaginato con una turbinosa accelerazione del ritmo narrativo negli ultimi capitoli.

E per noi? Qual è, quale può essere oggi il nostro fine, che ci aiuti a superare di slancio le nebbie dell’incertezza della prossima ventura fase 2 (e di tutte quelle che seguiranno)? La risposta non può certamente essere una uguale e preconfezionata per tutti, ma l’invito che forse possiamo raccogliere dal libro è quello, anzitutto, di fermarsi. E pensare, prendere fiato. Guardarsi indietro, guardarsi dentro. Come gli atleti, prendere lo slancio necessario al salto, avendo ben chiari i nostri punti di riferimento, le stelle fisse che guidano l’esistenza di ciascuno.

Come Marco Carrera, del resto: “lui che desiderava stare fermo è riuscito ad avanzare così tanto, così dolorosamente, senza crollare”.*

 

*tutte le parti tra virgolette riprendono letteralmente il dettato dell’opera