Mille strati non proteggevano da questo dolore

Olginate, 25 maggio 2020
di Erika Crivicich – medico, laureata all’Università degli Studi di Pavia

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Lavorare in un’USCA (Unità Speciale di Continuità Assistenziale) è un’esperienza surreale.

Quando le Unità Speciali di Continuità assistenziale sono state istituite per dare assistenza ai malati di COVID-19 sul territorio e ho deciso di partecipare al bando per farne parte, immaginavo scenari simil-apocalittici fatti di pazienti ansimanti, morenti, terminali. Pensavo che avrei incontrato la crudeltà della malattia ogni giorno, che avrei visto la morte negli occhi di molti, ascoltandone i rantoli e i respiri.

La situazione che ho trovato, invece, è molto diversa. Certo, qualcuno c’è stato che ha avuto bisogno di me, come medico. Qualcuno respirava male, qualcuno aveva bisogno dell’ospedale. Ma non la maggioranza. La pandemia che vedo, da medico che entra nelle case delle persone quando nessuno può, è una pandemia di angoscia, di dolore, di solitudine.

Quando impiego mezz’ora a vestirmi prima di salire, mentre mi infilo il camice monouso sopra la tuta di tyvek, due paia di guanti, cuffia, calzari, occhiali protettivi, ffp2 e mascherina chirurgica, mi chiedo se tutto questo serva, se in quella casa ci sarà il Virus, o solo l’ennesima persona spaventata che vorrei abbracciare, a cui vorrei rivolgere il sorriso che vorrebbe vedere da mesi, e che le due mascherine nascondono. Vestita come un palombaro, anonima quanto una statua di sale, porto consolazione, una parola gentile, una rassicurazione a persone magari davvero malate ma non gravi, a persone che sono state malate ma ora stanno bene, a persone la cui angoscia fa sentire mille sintomi, a inermi vecchietti asintomatici per cui i figli temono senza motivo una dipartita imminente. A persone impaurite, abbandonate a se stesse.

Le parole che sento più spesso sono che lo sapevano di non stare davvero male, ma che con quello che si sente volevano una rassicurazione. Mi dicono: “Grazie, che almeno ci ha spiegato qualcosa,  che almeno ci ha rassicurato”. Sono le mogli a tempestarmi di domande, a segnare meticolosamente sintomi e medicine assunte dal coniuge. Le donne non dormono più al minimo colpo di tosse del marito, del padre, del figlio.

Se il COVID-19 con la sua brutalità biologica colpisce più  duramente gli uomini, questa epidemia colpisce più le donne. Le donne, cardini della famiglia, custodi del focolare, collante per le generazioni. Quante lacrime non ho potuto asciugare, quanti abbracci non ho potuto dare.

Una donna ottantenne, lucida, sana, con il marito tutto sommato sano, che mi prende da parte e piange perché non vede i nipotini da due mesi. Il volto sorridente di una bambina di pochi mesi mi guarda dalla parete, una bambina che forse non riconoscerà nemmeno la nonna quando la rivedrà.

Un’altra donna che potrebbe essere mia nonna, minuta, si mette la mascherina al contrario perché nessuno le ha spiegato come si fa. È sola, tanto sola, ha la febbre, ha paura. Le do una terapia, la rassicuro, cerco di farla concentrare sul fatto che tra poco potrà uscire di nuovo. Alla fine mi chiede, desolata, se ora che ha la febbre non può più prendere il caffè con il vicino di casa, l’unico essere umano che vede da mesi. Mi si spezza il cuore nel dirle di no.

Mille donne i cui mariti sono ricoverati con COVID-19, malati di COVID-19, morti di COVID-19. Donne sospese tra un respiro e l’altro, senza nessuna notizia dell’uomo con cui hanno condiviso la vita, e con l’angoscia che la malattia possa prendersi anche loro e lasciarle senza fiato in una casa troppo vuota. Ieri una di loro mi ha detto che ha paura di andare a dormire.

Non solo donne anziane, o donne di mezza età. Donne giovani, con bambini piccoli, donne che hanno visto colleghi di lavoro morire ed ora hanno la febbre. Donne che hanno la febbre i cui figli hanno la febbre. Solo la febbre, una semplice febbre a cui non darebbero nemmeno peso in altre circostanze. Le lacrime sui loro occhi sono il senso di colpa di averli contagiati. Sono l’impotenza per non avere un tampone e non poter dare un nome al loro star male. Sono la frustrazione di aver fatto chiamate disperate ovunque e non aver trovato nessuno. Sono il sollievo di fronte alla mia voce per aver finalmente avuto una risposta, anche se da una persona che francamente ne ha poche più di loro.

E oltre a questo mare di solitudine e angoscia, oltre a queste lacrime,  vanno aggiunte le situazioni per cui io stessa, finita la visita, ho pianto per l’impotenza, per l’ingiustizia, per la frustrazione. Temi che conosciamo, di cui forse parliamo, ma che non riusciamo mai a vedere davvero. La povertà, la violenza.

Come la donna straniera, poco più che trentenne, con quattro figli piccoli e vedova da pochi mesi, che va a lavorare a  piedi ogni mattina alle 4 e che mi dice che non può andare in ospedale per non lasciare i bimbi soli. Le cui lacrime parlano di un dolore e una solitudine che trascende la pandemia, e che però la pandemia acuisce.

Oppure la madre che mi accoglie angosciata perché il marito malato non voleva essere disturbato e che il marito ricopre di insulti per tutta la durata della visita. Le diceva che non era vero che stava male, che era una cretina ad avermi chiamato. Lei temeva solo per i suoi figli, perché lui si rifiutava di star loro lontano. Anche lei mi ha parlato, da sole, lontano da lui, anche lei ha pianto. E io impotente, disarmata, nascosta dietro mille strati che non mi proteggevano da questo dolore.

Questo è il COVID-19 che ho conosciuto, questo il COVID-19 di cui nessuno parla mai. Forse questo non uccide, non riempie gli ospedali. Ma è molto più diffuso, anch’esso contagioso, e non meno reale dell’altro.

Lavorare in un’USCA (Unità Speciale di Continuità Assistenziale) è un’esperienza surreale.

Quando le Unità Speciali di Continuità assistenziale sono state istituite per dare assistenza ai malati di COVID-19 sul territorio e ho deciso di partecipare al bando per farne parte, immaginavo scenari simil-apocalittici fatti di pazienti ansimanti, morenti, terminali. Pensavo che avrei incontrato la crudeltà della malattia ogni giorno, che avrei visto la morte negli occhi di molti, ascoltandone i rantoli e i respiri.

La situazione che ho trovato, invece, è molto diversa. Certo, qualcuno c’è stato che ha avuto bisogno di me, come medico. Qualcuno respirava male, qualcuno aveva bisogno dell’ospedale. Ma non la maggioranza. La pandemia che vedo, da medico che entra nelle case delle persone quando nessuno può, è una pandemia di angoscia, di dolore, di solitudine.

Quando impiego mezz’ora a vestirmi prima di salire, mentre mi infilo il camice monouso sopra la tuta di tyvek, due paia di guanti, cuffia, calzari, occhiali protettivi, ffp2 e mascherina chirurgica, mi chiedo se tutto questo serva, se in quella casa ci sarà il Virus, o solo l’ennesima persona spaventata che vorrei abbracciare, a cui vorrei rivolgere il sorriso che vorrebbe vedere da mesi, e che le due mascherine nascondono. Vestita come un palombaro, anonima quanto una statua di sale, porto consolazione, una parola gentile, una rassicurazione a persone magari davvero malate ma non gravi, a persone che sono state malate ma ora stanno bene, a persone la cui angoscia fa sentire mille sintomi, a inermi vecchietti asintomatici per cui i figli temono senza motivo una dipartita imminente. A persone impaurite, abbandonate a se stesse.

Le parole che sento più spesso sono che lo sapevano di non stare davvero male, ma che con quello che si sente volevano una rassicurazione. Mi dicono: “Grazie, che almeno ci ha spiegato qualcosa,  che almeno ci ha rassicurato”. Sono le mogli a tempestarmi di domande, a segnare meticolosamente sintomi e medicine assunte dal coniuge. Le donne non dormono più al minimo colpo di tosse del marito, del padre, del figlio.

Se il COVID-19 con la sua brutalità biologica colpisce più  duramente gli uomini, questa epidemia colpisce più le donne. Le donne, cardini della famiglia, custodi del focolare, collante per le generazioni. Quante lacrime non ho potuto asciugare, quanti abbracci non ho potuto dare.

Una donna ottantenne, lucida, sana, con il marito tutto sommato sano, che mi prende da parte e piange perché non vede i nipotini da due mesi. Il volto sorridente di una bambina di pochi mesi mi guarda dalla parete, una bambina che forse non riconoscerà nemmeno la nonna quando la rivedrà.

Un’altra donna che potrebbe essere mia nonna, minuta, si mette la mascherina al contrario perché nessuno le ha spiegato come si fa. È sola, tanto sola, ha la febbre, ha paura. Le do una terapia, la rassicuro, cerco di farla concentrare sul fatto che tra poco potrà uscire di nuovo. Alla fine mi chiede, desolata, se ora che ha la febbre non può più prendere il caffè con il vicino di casa, l’unico essere umano che vede da mesi. Mi si spezza il cuore nel dirle di no.

Mille donne i cui mariti sono ricoverati con COVID-19, malati di COVID-19, morti di COVID-19. Donne sospese tra un respiro e l’altro, senza nessuna notizia dell’uomo con cui hanno condiviso la vita, e con l’angoscia che la malattia possa prendersi anche loro e lasciarle senza fiato in una casa troppo vuota. Ieri una di loro mi ha detto che ha paura di andare a dormire.

Non solo donne anziane, o donne di mezza età. Donne giovani, con bambini piccoli, donne che hanno visto colleghi di lavoro morire ed ora hanno la febbre. Donne che hanno la febbre i cui figli hanno la febbre. Solo la febbre, una semplice febbre a cui non darebbero nemmeno peso in altre circostanze. Le lacrime sui loro occhi sono il senso di colpa di averli contagiati. Sono l’impotenza per non avere un tampone e non poter dare un nome al loro star male. Sono la frustrazione di aver fatto chiamate disperate ovunque e non aver trovato nessuno. Sono il sollievo di fronte alla mia voce per aver finalmente avuto una risposta, anche se da una persona che francamente ne ha poche più di loro.

E oltre a questo mare di solitudine e angoscia, oltre a queste lacrime,  vanno aggiunte le situazioni per cui io stessa, finita la visita, ho pianto per l’impotenza, per l’ingiustizia, per la frustrazione. Temi che conosciamo, di cui forse parliamo, ma che non riusciamo mai a vedere davvero. La povertà, la violenza.

Come la donna straniera, poco più che trentenne, con quattro figli piccoli e vedova da pochi mesi, che va a lavorare a  piedi ogni mattina alle 4 e che mi dice che non può andare in ospedale per non lasciare i bimbi soli. Le cui lacrime parlano di un dolore e una solitudine che trascende la pandemia, e che però la pandemia acuisce.

Oppure la madre che mi accoglie angosciata perché il marito malato non voleva essere disturbato e che il marito ricopre di insulti per tutta la durata della visita. Le diceva che non era vero che stava male, che era una cretina ad avermi chiamato. Lei temeva solo per i suoi figli, perché lui si rifiutava di star loro lontano. Anche lei mi ha parlato, da sole, lontano da lui, anche lei ha pianto. E io impotente, disarmata, nascosta dietro mille strati che non mi proteggevano da questo dolore.

Questo è il COVID-19 che ho conosciuto, questo il COVID-19 di cui nessuno parla mai. Forse questo non uccide, non riempie gli ospedali. Ma è molto più diffuso, anch’esso contagioso, e non meno reale dell’altro.